Si chiama Reddito di dignità ed è l’asso nella manica del governo Emiliano: è la misura con la quale si intende aggredire la povertà. 350 milioni di euro da spendere in cinque anni – 70 milioni all’anno – per sostenere 20mila famiglie il cui reddito non superi i 3mila euro. Per 60mila pugliesi, dunque, ci sarà un assegno fino a 600 euro al mese. Una menzogna, per il Movimento 5 Stelle di Puglia, che sbandiera due documenti: il primo è il Defr, il documento economico finanziario regionale, che parla solo di 7mila beneficiari per il 2016 e 30mila sino al 2018 – un sesto rispetto a quello annunciato -, il secondo è una ricognizione effettuata dall’Istat su commissione. Quest’ultima, in particolare, traccia un quadro della Puglia ben più grave: dal punto di vista del reddito, sono 126mila le famiglie al di sotto della soglia di povertà, mentre dal punto di vista della capacità di spesa, oscillano tra le 81mila e le 104mila. Ogni anno – sempre secondo l’indagine commissionata all’Istat da pentastellati pugliesi – occorrerebbero più di 309 milioni di euro per permettere alle famiglie di uscire dal guado della povertà.

Numeri dell’Istituto di Statistica, ben lontani da quelli contenuti nel disegno di legge della giunta retta da Michele Emiliano che, però, per voce dell’assessore al Welfare Salvatore Negro fa sapere che la normativa nazionale impone di utilizzare come parametro per l’individuazione dei beneficiari delle misure di sostegno l’Isee. Il Red, dunque, è o non è una misura di contrasto alla povertà? “Certamente no” per Leonardo Palmisano, docente di Sociologia al Politecnico di Bari e autore di numerosi scritti. “Lo è, se lo si vincola non solo ai corsi di formazione ma anche al controllo della spesa. Dove andranno a finire questi soldi? Chi assicura che in alcuni casi non andranno nelle slot machine o nelle tasche di evasori? La platea che Emiliano vuole aggredire è vastissima e insondabile, occorre vincolarla”. E soprattutto sondarla. Di cosa hanno bisogno queste famiglie? “Bisogna pensare ad una qualità del finanziamento, non alla quantità soltanto”. I pugliesi che rientrano nel ReD, spiega il sociologo, provengono dalla crisi del settore manifatturiero e dell’edilizia; un po’ di manodopera si recupera con l’assistenza delle persone e della casa che, tradotto, vuol dire un esercito di badanti, colf e baby sitter, assunte con contratti precari. Il cittadino medio rientrante nella fascia sotto i 3mila euro di reddito è in età matura, con titoli di studio bassi e senza qualifiche professionali. Per questo, per Palmisano, “occorre formare”.

Sempre l’Istat, due giorni fa, ha aggiunto un altro dato: in Puglia i prezzi continuano a calare, segno che i consumi sono tutt’altro che vicini alla ripresa. Per questo concedere un finanziamento “a pioggia” non consentirà di aggredire il problema alla radice. “La Puglia ha una ventina di distretti produttivi – aggiunge Palmisano – un buon check può permettere di far incontrare la domanda e l’offerta. E’ la Regione che ha raggruppato le aziende e le industrie facendo sorgere i distretti, ed è la Regione che, ora, deve mettere a frutto tutto questo facendo incontrare la platea dei disoccupati con quella di chi offre lavoro. Nel frattempo, si forma il personale e si dà il sostegno del ReD. Se non si costruisce una rete del genere, non si farà che costruire una platea di persone che dipenderà dalle risorse pubbliche ma senza una prospettiva futura. Che faranno quando il limite per percepire il ReD sarà raggiunto?”. Quindi, nella querelle tra Movimento 5 Stelle e il governatore Michele Emiliano, ad aver ragione ed aver torto sono entrambi. “Tutte e due le proposte pensano ad una misura indifferenziata ma c’è da comprendere che tipo di famiglia si aiuterà e che tipo di esigenza ha il cittadino nello specifico. Altrimenti – conclude Palmisano – si commetterà l’errore di Renzi. Che fine hanno fatto e a che sono realmente serviti quegli 80 euro?”.