L’esordio alla regia di un’autrice trentenne affronta la storia surreale e agrodolce di un ragazzo perseguitato dal fantasma del padre. È un film ungherese Mózes, che non a caso sembra un romanzo, premiato nei Festival di Bergamo, Timisoara, Vilnius e Villadolid

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“Dopo che mio padre è morto l’ho sognato diverse volte e nei miei sogni ero consapevole del fatto che il fantasma era lui, ma non mi riconosceva e mi diceva cose senza senso. Non si ricordava di chi fossi. Ne parlai a mio fratello e lui mi disse di aver fatto sogni molto simili. Nei suoi sogni nostro padre sembrava ingenuo, come un bambino, faceva domande infantili”. È questa l’origine di Mózes, il pesce e la colomba nelle parole dell’autrice ungherese Virág Zomborácz.

Uno spunto carpito dalla realtà per confrontare due personaggi cinematografici opposti, seppur entrambi incompiuti. Un pastore protestante severo e intransigente con la sua famiglia muore improvvisamente, lasciando soprattutto il figlio appena ventenne alla sua fragilità. Peccato che lo spirito dell’uomo, spogliato della memoria, riappaia al ragazzo nei momenti meno opportuni. Il recente passato in un ospedale psichiatrico e tante emozioni represse bloccano il ragazzo sulla soglia dell’età adulta. E anche il rapporto con l’altro sesso non è dei migliori, seppure oggetto delle attenzioni di una coetanea dal passato problematico. Quale punto di svolta potrà essere mai l’incontro con il fantasma smemorato del padre?

“È una commedia di formazione che invece di affrontare i conflitti sociali, guarda principalmente all’individuo e alle istanze della psiche umana”. Ha definito così il suo film la regista in un’altra recente dichiarazione. “I temi centrali sono il rapporto padre-figlio e la famiglia, la mutazione dei valori tradizionali e la possibilità di comunicazione”. Utóélet nel titolo originale, o Afterlife in quello inglese, sintetizza le complesse vicissitudini familiari in una favola allegorica ambientata nella provincia ungherese. I toni non hanno picchi emotivi di particolare incisività. Dettaglio che fa parte di un realismo disincantato e dissacrante confezionato da una formalità estetica molto lineare. Sia nell’uso della macchina da presa che in ogni costruzione scenica.

L’idea di un percorso verso la riscoperta di sé stesso niente meno che da parte del fantasma di un pastore ancora tra noi ha permesso alla regista scrittrice di giocare con elementi biblici come il pesce e la colomba del titolo italiano. Il primo, pescato dal nostro Mózes, vive in bilico tra vita e morte, prigionia d’acquario e libertà fluviale. La seconda sembra rappresentare l’incompiutezza con un non volo amaramente ironico. Come un romanzo, questi punti si prestano a molteplici letture dello spettatore. Si, letture, perché un’impressione molto forte che scatena questo esordio registico è quella di avere a che fare con un’opera più letteraria che schermica.

Márton Kristóf presta il volto al ragazzo dai tormenti paterni, mentre è di László Gálffi il gigioneggiare appena accennato del suo pastore dall’aldilà. Una complementarità ben costruita da una buona chimica. Mózes è un piccolo film già nelle sale dall’11 febbraio. Probabilmente schiacciato tra tam tam mediatico e uscite dalla Berlinale, sarà un’impresa alquanto ardua per i più imbattersi in una proiezione, ma resta meritevole dell’attenzione di quello spettatore che sul grande schermo cerca l’insolito intinto in esplorazioni dell’animo umano dall’esito incerto. E proprio per questo intrise di fascino.