Cercate i soldi dei leghisti. L’ordine della Procura di Monza è netto. E così terminata la fase degli arresti, ora l’indagine “Smile” su Lady dentiera Paola Canegrati e il presidente della Commissione regionale della sanità Fabio Rizzi, sterza e punta all’estero. Primo obiettivo: Svizzera. Dove giovedì sera gli investigatori hanno sequestrato decine di documenti negli uffici della Canegrati. Ma novità decisive su altre corruzioni e altri politici importanti potrebbero arrivare proprio da Lady dentiera.

Per capire bisogna tornare alla mattina di giovedì nel carcere di San Vittore. Qui la donna è stata interrogata dal giudice. E a verbale ha messo due parole decisive: “Voglio collaborare”. Dopodiché a registrazione chiusa ha svelato le carte. “Dottore – ha detto – ora ho capito, mi faccia avere un taccuino e una penna, anzi meglio due così se mi si scarica posso continuare a scrivere”. La scelta, si ragiona negli ambienti giudiziari, è dettata dal fatto che la Canegrati, 54 anni, si trova davanti alla prospettiva di una condanna pesantissima. Il suo legale si è riservato di produrre un memoriale. Intanto, l’interrogatorio con i pm è stato fissato per martedì. Anche qui la procura è chiara: sarà un interrogatorio fiume, ben oltre le dieci ore. A Milano in molti iniziano a tremare.

E poi ci sono i soldi e le tante società estere aperte dal duo Rizzi-Longo. Le intercettazioni sono chiare. La più importante è contenuta in una informativa, successiva al febbraio 2015, dove, discutendo di una società in Lussemburgo, uno dei due interlocutori chiede se dentro c’è anche il governatore lombardo. “In quella in Lussemburgo non c’è dentro anche Maroni?”. Le parole sono di Stefano Lorusso. Il presidente della Regione smentisce e minaccia querele, i carabinieri non approfondiscono. Qualche elemento in più arriverà dalle rogatorie. In quel passaggio che fissa il dialogo tra Donato Castiglioni e il leghista Mario Longo, i carabinieri annotano: “I due appaiono esasperati dal comportamento della segretaria di Rizzi accusata di parlare male alle loro spalle e, al contempo, irritati dal fatto che il loro storico amico non abbia inteso prendere in alcun modo le loro parti”. La chiacchiera svela “l’esistenza” di una società panamense. “L’attività tecnica faceva cogliere con certezza l’esistenza di un’ulteriore società – questa volta Lussemburghese – avente tra i detentori delle quote Longo, Castiglioni, Caronno, Rizzi” e la sua segretaria. Al netto della donna, l’assetto societario fotografa la “cricca leghista” al completo unita da “un patto non scritto” dove vige la regola “del tutti per uno e uno per tutti sempre e comunque, nella buona e nella cattiva sorte”. Il patto è decisivo “anche perché – spiega Longo – quello che arriva a me mi arriva anche perché c’è Fabio, perché c’è Donato, perché c’è Roberto”.

Il collante è l’appartenenza alla Lega. Emerge così anche la figura dell’enfant prodige piemontese Alessandro Albano (non indagato) che con Longo, sostiene l’accusa, favorisce Luca Pecchio rappresentante della Technit (gruppo della famiglia del presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca). Ed è sempre Albano, il cui riferimento nel partito è rappresentato da Flavio Tosi, che, stando alle parole di Lorusso, “ha un assegno di una holding svizzera di 15 milioni di euro” e “ha bisogno che lo incassi qualcuno”. Insomma tanti affari, tanti soldi. Le società si aprono e si chiudono. “Te ne ho aperta una a Dubai”, dice Longo a Rizzi. Dice la compagna del consigliere regionale: “Sciogliendo quanto rientra dal Lussemburgo? Quanto è rimasto?”. Risposta: “40mila euro”. Ancora la donna: “Cos’è la More Than Lux?”. Rizzi: “Quella panamense che abbiamo fatto io e Mario”. Insomma questa è la “politica estera” di cui parlano i due leghisti.

Dice Longo a Rizzi: “Gnaro bisogna spostarsi sulla politica estera (…) ci arrestano di meno (…) adesso il sistema di andare su in Svizzera mi piace”. E se i leghisti puntano al Canton Ticino, Canegrati tra i suoi affari annota l’eolico da far crescere in Calabria a Palizzi, comune di nascita del suo socio Pietrogino Pezzano, soprannominato dottor Dobermann, ex direttore dell’Asl di Milano, in buoni rapporti (penalmente non rilevanti) con i boss della ’ndrangheta.

Da Il Fatto Quotidiano del 20/02/2016