di Rebecca Arcesati

Se le profonde trasformazioni in atto nella seconda economia mondiale mostrano come essa non sia più soltanto invasione di prodotti a basso costo, il dumping non è certo una leggenda metropolitana. Lo sanno bene le migliaia di lavoratori e industriali della siderurgia europea scesi in piazza lunedì a Bruxelles in una marcia organizzata dall’Eurofer, l’associazione europea dei produttori di acciaio.

Protestano contro l’ondata di acciaio a basso costo proveniente soprattutto dalla Cina, dove il rallentamento della crescita e la fine del boom edilizio si sono lasciati alle spalle un eccesso di capacità nel settore e chiedono all’Unione misure concrete per proteggere le industrie europee. Su pressione di vari governi, la Commissione ha aperto tre nuove indagini anti-dumping sulle importazioni cinesi di alcune componenti in acciaio e imposto altri dazi: ora su 37 strumenti di difesa commerciale in campo nel siderurgico ben 16 riguardano prodotti cinesi. Confindustria intanto esprime preoccupazione verso la possibile abolizione delle tariffe su viti e bulloni.

L’import di acciaio dal Dragone, a prezzi inferiori di quelli di produzione, è aumentato del 50% lo scorso anno. Si tratta di una concorrenza sleale verso un settore in crisi nell’Ue, affetto da sovracapacità esattamente come quello cinese: i prezzi sono crollati del 40% negli ultimi due anni, la domanda è debole e migliaia di posti di lavoro sono andati persi; con la differenza che la Commissione europea non è Pechino, un’economia statalista in grado di mantenere viva a forza di sussidi ad aziende pubbliche inefficienti la più grande fucina di acciaio al mondo, con 400 milioni di tonnellate in eccesso sulle 800 sfornate annualmente.

Il progetto infrastrutturale della nuova Via della Seta, lo ricordiamo, serve anche a mettere questo acciaio da qualche parte.
Secondo l’amministratore delegato di US steel, il fatto che la Cina abbia oltre 40 tipi diversi di sussidi alle SOE (le aziende statali) rende impossibile competere per le aziende che seguono le regole del mercato. Ecco perché la piazza a Bruxelles chiede che a Pechino non venga concesso lo status di “economia di mercato” (Mes) da parte del Wto. E’ questo il nodo della questione, perché tale riconoscimento ostacolerebbe l’imposizione di dazi doganali verso le merci cinesi, la misura anti dumping per eccellenza con cui la Commissione protegge le nostre imprese dalle pratiche sleali.

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Nel 2001, quando la Cina fece il suo ingresso nel Wto, venne stabilito che avrebbe cessato di essere un’economia “non di mercato” dopo 15 anni, viste le grandi riforme in corso d’opera. Ora, mentre Pechino considera automatico tale riconoscimento, Stati Uniti e numerosi paesi europei sono contrari, ritenendo essi che lo status vada conferito soltanto al maturare di certe condizioni; Washington insiste che non ci siano e si aspetta che Bruxelles si accodi, anche per il timore che l’Europa e il suo mercato unico entrino sempre più nell’orbita cinese. La partita, che vedremo concludersi entro l’anno, è ora nelle mani della Commissione, negoziatore nel Wto, e la decisione finale dovrà essere approvata da Parlamento e stati membri.

Per Alberto Forchielli, intervistato da Milano Finanza, Pechino è lontana dal soddisfare in modo accettabile tutti i requisiti per essere considerata un vero attore di mercato. Posizione simile per il Parlamento europeo, mentre l’Europa è divisa come al solito: Regno Unito, Olanda e paesi nordici sono per il sì, il governo tedesco deve affrontare le forti resistenze dei suoi sindacati, l’Italia è fra i contrari. I sostenitori fanno leva sul fatto che il Mes agevolerebbe di molto gli investimenti cinesi, specie nelle infrastrutture.
Gli oppositori temono il disastro per la manifattura europea e la perdita di posti di lavoro, soprattutto nel tessile, nel siderurgico e nell’industria dei pannelli solari. Ma quanto dobbiamo temere il Mes? Uno studio di Aegis Europe, che riunisce 30 associazioni industriali, parla di 1,7-3,5 milioni di licenziamenti, mentre altre ricerche sono meno catastrofiste.

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Source: European Parliament, Granting Market Economy Status to China

Sullo sfondo c’è anche la grande valenza politica della decisione, con possibili effetti sui rapporti diplomatici con Pechino, dal supporto per questioni interne all’Ue al via libera per quegli investimenti di cui l’Eurozona ha disperatamente bisogno. Approvando il Mes, l’Ue ha la chance di mostrarsi alla Cina come un attore indipendente da Washington e in grado di fare concessioni, assumendo potere negoziale nel lungo termine. Al contrario, un rifiuto aprirebbe una grave ferita diplomatica con Pechino, che spinge affinché l’Ue rispetti le regole del Wto. Come superare il dilemma tutelando la manifattura europea senza fare infuriare il partner cinese, compromettendo la relazione? Un’opzione potrebbe essere concedere lo status, ma mantenendo le misure protezionistiche per un periodo di transizione.

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