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I miei commentatori sono preoccupati di un mio possibile strabismo per cui vedrei solo le nefandezze del regime di Assad e rimarrei muto sugli orrori compiuti dalle opposizioni, forze moderate e gruppi salafiti legati all’Isis o ad Al Qaeda. Ogni cosa a suo tempo. Oggi desidero parlarvi del rapporto Onu sulla politica di sterminio praticata nelle prigioni siriane, assimilabile secondo questo documento ad un crimine contro l’umanità. “Lontano dagli occhi: i morti in detenzione”, così si intitola questo rapporto che copre il periodo compreso tra marzo e novembre 2011 che raccoglie una documentazione di 625 interviste a sopravvissuti e un imponente materiale documentario raccolto dall’équipe diretta dal brasiliano Paulo Pinheiro. Si tratta di migliaia di detenuti sottoposti a tortura nelle carceri siriane e lasciati morire in spregio dei diritti più elementari alla vita.

Non credo che si tratti solo di un imbarbarimento occasionale dovuto alla guerra. Queste pratiche della tortura e delle condizioni inumane delle prigioni siriane sono famose e risalgono al padre di Bashar, Hafiz, e alla sua prigione del deserto, ora in disuso, Tadmur, nella quale si compivano i crimini più efferati come narra il libro di Mustafa Kalifa, La conchiglia. I miei anni nelle prigioni siriane (Castelvecchi editore). Le responsabilità individuali coinvolgono l’amministrazione delle carceri e gli ufficiali di alto grado per i quali gli esperti dell’ONU consigliano la persecuzione davanti alla Corte penale internazionale.

Non appare diversa la situazione da ciò che si verifica quando il gruppo al Nusra, affiliato ad al Qaeda, o l’Isis conquista una parte del territorio siriano o iracheno. La pratica più usuale consiste nelle esecuzioni di massa precedute da torture verso anziani e bambini, per non parlare della violenza verso le donne, stuprate e uccise. Anche per questi comportamenti bisogna perorare la causa di portare questi criminali davanti al Tribunale penale internazionale e non si tratta di una possibile opzione, ma di una presa di posizione politica da perseguire a conflitto concluso.

In questo scenario di imbarbarimento si muovono le politiche delle potenze regionali e non. Appare sproporzionato rispetto alla tragicità della situazione sul campo, per non dire altro, il piano siglato a Monaco il 12 febbraio scorso per una cessazione temporanea delle ostilità e per portare un aiuto umanitario ad alcune città poste sotto assedio. Appena annunciato questo piano, sono sorte una serie di distinguo a dimostrazione della fragilità della tregua, come ad esempio l’impossibilità di fermarsi nella guerra ai terroristi, nozione dalla definizione incerta a seconda della posizione in cui ci si trova.

In ogni caso la Russia ha continuato le sue incursione aeree favorendo l’avanzata dell’esercito di Bashar verso la riconquista di Aleppo. A questo attivismo russo fa da pendant la passività di Barak Obama e di conseguenza l’incerta politica della coalizione anti Assad, il quale, forte dei successi del suo esercito e dell’appoggio della Russia e dell’Iran, rivendica la possibilità di riconquistare tutta la Siria per riportarla alla situazione ante guerra. La speranza è l’ultima a morire. E così questo abbozzo di tregua dovrebbe, nell’intenzione dei sottoscrittori, favorire la ripresa dei contatti inter-siriani, sospesi il 25 febbraio scorso. Solo la Russia sembra avere le idee chiare nel perseguire una sua politica di affermazione di potenza mondiale, da ciò che è accaduto in Ucraina al sostegno alla Siria, non disdegnando, come riferisce la stampa internazionale, di costruire grazie alla sottomissione al potere dei suoi mezzi di comunicazione, vere e proprie campagne di stampa per spiegare la confusione che regna in Europa sul problema dei rifugiati e sulla situazione siriana. E’ difficile darle torto.