La seconda diretta web di Autoanalfabeta University of Utopia, in collaborazione con Nuovi Argomenti e dedicata come sempre alla poesia performativa è stata particolarmente ricca di stimoli e argomenti che si presterebbero ad essere approfonditi in questa Glossa. E non solo perché la protagonista, la poeta Rosaria Lo Russo, è uno dei nomi più importanti della poesia contemporanea italiana, ma proprio perché molti degli argomenti trattati sono snodi fondamentali nella storia e nella cronaca poetica di questi ultimi trent’anni.

Se scelgo di parlare qui del rapporto tra scrittura ‘sperimentale’ e tradizioni, è solo perché esso mi tocca personalmente e dunque maggiore è la sua urgenza. Come sottolineato da Lo Russo nell’analisi delle vicende letterarie degli anni ‘90, molti sono i luoghi comuni, con il risultato di falsare completamente l’analisi.

Come nel caso del Gruppo ’93, di cui facevo parte anch’io. Strana vicenda, quella del Gruppo ’93, un gruppo che era assai poco gruppo: piuttosto una rete, una costellazione di differenti ricerche che provavano a dialogare tra loro, riconoscendosi soprattutto nel rifiuto di quello che era allora (e sostanzialmente è ancora) il mainstream: la poesia della ‘parola innamorata’ e il suo neo-orfismo, fortemente neo-simbolista.

Sequestrato dagli ‘amici’ (un gruppo di critici militanti, giovani e meno giovani, dai Quaderni di Critica di Bettini, a Barilli e Giuliani), ostinatamente impegnati a farne l’ultima propaggine (o ‘ondata’, come usava dire) delle Avanguardie, o boicottato e calunniato dai ‘nemici’, lesti a prendere per vero quello che quei critici dicevano e ad affibbiarci l’epiteto di ‘epigoni’.

Eppure il nostro era un atteggiamento schiettamente ‘romanico’, noi volevamo ricostruire sulle e con le rovine. Con le tradizioni, per l’appunto. Volevamo fare un passo indietro e due avanti, anzi due indietro e uno avanti.

Noi di Baldus avevamo denunciato con chiarezza la fine della funzione normativa della Tradizione. Che Avanguardia si dà, in assenza di Tradizione? Lo scritto a cui mi riferisco è adamantino nella sua chiarezza. Cliccate sul link e leggete. Era il 1990. Proprio perché non erano possibili equivoci, si fece finta di non averlo letto. E si andò avanti come prima.

Continuo a credere che ci fosse qualcosa d’importante e decisivo in quella nozione di postmodernismo critico, avanzata da Cepollaro e dal Baldus tutto, nel suo assumere il Postmoderno a nuovo contesto e – insieme – nel non accettarne, anzi contestarne radicalmente molti dei corollari estetici e poetici.

Ma niente: epigoni nostro malgrado. Ho provato a dirlo nella tana del lupo (di uno dei lupi), a Bologna durante il quarantennale del Gruppo 63. Risultato nullo. Vox clamantis in deserto.

In ogni caso, l’obiettivo vero di chi provò a far tornare indietro la poesia italiana ai primi del ‘900 (sostanzialmente riuscendoci) non era il Gruppo 93, era lo svilupparsi di qualsiasi poesia di ricerca in Italia, tanto è vero che, facendo due più due uguale cinque, al ‘93 vengono ascritti anche autori che non vi aderirono (Frasca), o che non ebbero alcuna occasione per farlo (Lo Russo). Tutti uniti nella medesima damnatio memoriae che avrebbe dovuto mettere la pietra tombale su qualsiasi cosa non fosse neo-orfismo innamorato e ‘Linea lombarda’….

Ma ha ragione Lo Russo: l’unica cosa che univa davvero tanti poeti che hanno tentato di sviluppare ricerca poetica in quegli anni e che erano nati tra il ‘55 e il ‘65, era proprio il legame saldissimo con la tradizione, anzi con le tradizioni, visto che non si accettò di limitarsi al Moderno, ma si andò indietro, fino a Baldus, appunto, o allo Jacopone di Cepollaro e ai poeti barocchi napoletani di Bàino, alle ninfe falsamente neoclassiche di Frixione, al raffinatissimo lavoro sulle metriche, sin provenzali, di Frasca, al mio ‘romanico’, e ai centoni danteschi di Lo Russo, o si sollevò il velo su autori contemporanei che l’Accademia italiota, neo-avanguardie comprese, si ostinava a rifiutarsi di vedere: Villa, Cacciatore, Vicinelli, Costa, Calzavara.

E non lo si è fatto per compilare un catalogo indistinto, postmoderno, per realizzare un citazionismo d’accatto, una marmellata di stili, ma anzi per individuare crepe e contraddizioni, per tradire tradizioni, cambiandole e rinnovandole. Rispettandole e conoscendole, cioè. Altro che epigoni dell’avanguardia! Eravamo i primi di una storia tutta nuova, guardando negli occhi il passato che era, benjaminianamente, davanti a noi.

Ancora una volta ha ragione Lo Russo, quando rileva che, pur se medesimi furono i punti nodali (di poetica e stilistici) a cui in quegli anni giungemmo in tanti, pur vi arrivammo da strade e atteggiamenti molto diversi.

E questa era una ricchezza intollerabile per i feudatari dell’Italietta poetica d’allora, troppo impegnata a innamorarsi, per accettare che si potesse fare una poesia diversa, di pensiero e di fiato, di corpo e di teoria del corpo e del linguaggio. Con le radici ben salde in tradizioni che l’Accademia rifiutava.

Si è preferito non capire, o far finta di non aver capito e, con l’eccezione di alcuni, la critica è stata cieca e sorda, e che lo sia stata per garantire, a chi già l’aveva, il minimo potere editoriale e comunicativo che comporta il canone poetico, o perché davvero era cieca e sorda, poco cambia.

Forse è arrivato il momento di scrivere la storia vera della poesia italiana degli anni ’90.

Toccherebbe agli studiosi più giovani, ormai abbastanza lontani dai fatti (e dai misfatti) per poterli analizzare con acribia e obiettività. Ma chissà se lo faranno.

Intanto grazie a Rosaria per averlo ricordato.

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