La scimmia è animale dispettoso. Il capodanno lunare che inaugura l’anno dedicato al primate è dunque l’occasione giusta per capire quali scherzi il destino può procurare all’economia cinese, già messa alla prova durante il precedente anno della capra. I presupposti non sono dei migliori, dato che pescando a caso nell’oroscopo si scopre che la Repubblica Popolare Cinese – segno del bue – vivrà un anno in cui difficilmente cambierà idea e imparerà “nuovi trucchi”. Dovrà quindi agire con circospezione e, dicono gli astri, “assorbire tutta l’energia del metallo”. Non si comprende se il riferimento sia alle ferrovie veloci e alle infrastrutture lungo la Via della Seta con cui Pechino cerca di esportare la propria sovrapproduzione di acciaio.

Anche il presidente Xi Jinping (serpente) non se la passa benissimo. “Sarà opportuno prendere precauzioni – dice il suo oroscopo – perché le indiscrezioni si mischieranno alla realtà, causando confusione”. Ma chi deve stare davvero all’occhio è il Partito comunista (gallo): “Dovrà imparare alcune tecniche relazionali per affrontare al meglio i tempi grami che arriveranno. Ogni mese sarà l’esame generale in preparazione di una ecatombe piumata (!) prevista per il 2017”.

Se a Zhongnanhai – il quartiere di Pechino dove vivono i leader del Partito – qualcuno tocca ferro guardando il cielo, le più terrestri e prosaiche leggi dell’economia dicono che i problemi per la Cina sono molti e complessi, ma molti analisti si concentrano essenzialmente su due, tra loro collegati: l’enormità del debito e la fuga di capitali. La Cina ha uno dei più alti rapporti debito/Pil del mondo, 205 per cento. Circola troppo denaro e il rischio – quasi una certezza – è che finisca in investimenti improduttivi che aumentano geometricamente la zavorra.

La Cina ha uno dei più alti rapporti debito/Pil del mondo: 205 per cento

“Questo è solo un aspetto dei problemi cinesi, ma volendo sintetizzare l’aumento del debito crea problemi di default alle aziende, alle banche e ai governi locali”, dice Michele Geraci, docente all’università di Ningbo e ricercatore all’università dello Zhejiang, riferendosi alla prassi che vede il governo centrale cinese elargire ingenti somme di liquidità per ripianare i debiti delle amministrazioni locali, quando i soldi vengono “buttati” in investimenti improduttivi o le banche prestano denaro con criteri politici, non di efficienza; e la politica, specie quella locale, non sempre paga. “Per porvi rimedio, lo Stato stampa soldi e aumenta la liquidità in circolazione, ma se si aumenta la base monetaria la valuta perde valore e chi ha i renminbi (Rmb) li vende, cioè li porta all’estero. Ecco la fuga di capitali”. Il Wall Street Journal sostiene però che questo meccanismo abbia anche un aspetto virtuoso: portare renminbi all’estero significa spesso comprare asset strategici, come linee di produzione. Ciò di cui ha bisogno la Cina. “Bisogna distinguere – continua Geraci – se c’è ricerca del profitto, il meccanismo è buono ma se si tratta di una vendita indiscriminata è male. L’impressione è che qui molti si siano spaventati e portino fuori i soldi senza particolare attenzione a investimenti efficienti”.

A gennaio, la fuga di capitali è stata equivalente a 100 miliardi di dollari, leggermente meno del previsto, ma comunque tanto. Secondo Trey McArver, fondatore di China Politics Weekly, “la minaccia di una crisi valutaria si profila sempre più all’orizzonte. Tale scenario è ancora improbabile, ma porrei l’eventualità di una crisi nel 2016 al 25 per cento, un livello abbastanza alto da togliere il sonno a molti funzionari di Pechino. La mia ipotesi è che controlli dei capitali imposti politicamente e un dollaro che si indebolisce, potrebbero stabilizzare la situazione”. Anche secondo Geraci la soluzione è per il momento tecnica: “Bisogna bloccare i capitali, cioè chiudere il capital account che la Cina cerca invece sempre più di aprire. Certo, si pagherebbe il prezzo della mancata internazionalizzazione del renminbi, ma sono convinto che la Cina farebbe bene a non internazionalizzarlo troppo. Dovrebbero paradossalmente fare meno riforme e non è escluso che prima o poi questo succeda, che Xi Jinping freni le aperture”.

A gennaio la fuga di capitali è stata equivalente a 100 miliardi di dollari

Una soluzione non puramente tecnica, bensì strutturale, comporterebbe che la gente non vendesse renminbi. Ma per convincerli è necessario creare aspettative e frenare la campagna anticorruzione. “Purtroppo oggi assistiamo a una tempesta perfetta,” dice Geraci. “Chi ha i soldi pensa che l’economia vada male, ma anche chi è tutto sommato ottimista se la fila con il bottino, perché teme di essere arrestato. Si sono incartati: anche la non certezza dei dati economici, la diffidenza nei segnali che provengono dall’alto, contribuiscono all’incertezza generale”. Paradossi della campagna anticorruzione cinese: dovrebbe frenare lo spreco, bloccare la fuga di capitali, ma invece finisce per ottenere l’effetto contrario.

Michael Pettis è docente alla Guanghua School of Management dell’Università di Pechino e, soprattutto, un veterano sia di Wall Street sia di affari cinesi. Per lui la soluzione consiste nel dare i soldi “a chi vorrebbe spenderli, ma non può e toglierli a chi li ha e non vuole spenderli” (e li porta all’estero). Per Pettis, il ribilanciamento non può che essere strutturale: stornare le risorse che si bruciano in investimenti improduttivi e fuga di capitali, in direzione delle famiglie, quindi dei consumi domestici tanto auspicati dalla leadership di Pechino. Si tratterebbe in pratica di un’enorme trasferimento di ricchezza dalle grandi industrie di Stato – e dalle consorterie che le governano – ai laobaixing, i cinesi qualunque: un’enorme operazione di giustizia sociale, oltre che una correzione di sistema. “Il trasferimento di risorse per il rebalancing è difficilissimo politicamente – spiega Geraci – perché devi intaccare le posizioni di rendita. E poi è un processo che durerà almeno dieci anni, nel frattempo la gente continua a portare fuori i soldi. Anche se ci fosse questa specie di patto sociale, i tempi della crisi sono più rapidi”.

Insomma, per ora resta la soluzione tecnica: azzerare le riforme. Darsi una calmata. “Devono capire che per il momento non sono in grado di fare finanza, così come non sono in grado di mettere in piedi una squadra di calcio decente. La Cina fa manifattura e deve continuare a farlo. Certo, devono mettersi a produrre merci ad alto valore aggiunto, dove già hanno eccellenze: internet, biotecnologie e via dicendo. Ma non può sostituirle con la scorciatoia della finanza. La Cina deve copiare da se stessa, non dagli altri”.

di Gabriele Battaglia