“Dio è un surrogato del culo. In mancanza di uno ti attacchi all’altro. Meglio Dio: è una questione d’igiene”

La pensione è un grande equivoco: stai a morire, ti stai a preoccupare degli spicci”

La sfida, dialettica e intellettuale, è quella di raccontare la nuova prova di Rezza/Mastrella senza usare il decalogo di aggettivi stra-abusati: “paradossale”, “assurdo”, “iperbolico”, “non-sense”, “surreale”, “bizzarro”, “spiazzante”, “estraniante”, “stralunato”, “funambolico”. Il trito e il banale per raccontare questo duo, che si compenetra in un artista unico ed indissolubile, lo lasciamo ad altri scribani. Come rottura degli schemi possiamo tranquillamente scomodare Carmelo Bene, come sviluppo e progressione citare Celestini e Bergonzoni. Mi si dirà che però il lavoro di questi ultimi due è teatro di parola. Anche in “Anelante”, ultimo anello di una corolla trentennale, le sillabe debordano ma non sono mai troppe.

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Il (non) testo è tutto essenziale, funzionante; non è certamente un tappeto sonoro, una perdita, una trance. Tutto pare deformato come nel tunnel degli specchi ma tutto è consapevole, lucido, penetrante. In definitiva quello di Rezza sopra (cinquant’anni di potenza folgorante e plastica) e Mastrella in regia e alle architetture (stavolta non ci sono lenzuola da tagliare e ferire alla Fontana) è mimo sonoro, è teatro danza. Dicono che siano irraccontabili, che siano solo flash, momenti, gag irreali, parossistiche, slegate. “Anelante”, come le prove precedenti, “Pitecus” e “Io”, “Fotofinish” e “Fratto X”, “7, 14, 21, 28” e “Bahamut”, sono precisi assalti alla diligenza, sono spostamenti di senso per raggiungere un chiarore più esplicito, non sono fumo ma sostanza con un puntiglioso discorso di fondo, un fil rouge che li percorre, basta stare in ascolto.

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Non è il politicamente scorretto il tratto essenziale delle loro performance ma la poesia che fluttua, emerge puntuale come puntale dell’albero di Natale, fa capolino ma senza timidezza. Che la poesia non ha paura delle sue conseguenze. Non fermatevi all’abbondanza, all’assommarsi, all’affastellarsi di superficie, alla ridondanza, all’accumulo di frasi, concetti a mosaico. Se respirate il quadro è chiaro, le loro critiche alla società perentorie e nette, la loro posizione salda, le loro considerazioni sul reale, sull’esistente, sull’intorno sono limpide, statuarie, senza tentennamenti, frutto di riflessioni concettuali, di quella ricerca che va nell’ombra, che scava e scandaglia i significanti, che esplora i contenuti e la materia dell’oggi. Rezza/Mastrella compongono anche geometrie comiche, ma non è il primo intento; anche questo è uno stilema paravento, nell’essere rilassati la poesia fa breccia con maggior pressione. O Woody Allen o Groucho Marx.

E’ certamente teatro politico, ogni momento, ogni metro, ogni salto sono portatori sani di segni lineari, sono funzioni e ponti per condurre la platea (certamente a strappi e spinte e non comodamente didascalicamente per mano) nella radura del pensiero. E’ un concentrato, filosofico e corporale, dove parole corpose trovano la loro spigolosa e angolare comodità dentro e grazie ad un corpo (qui, prima volta, c’è una sorta di ensemble, sono in cinque sulla scena) che parla anche nel silenzio, in perenne mutamento e cambiamento e trasformazione e moto anche nella stabilità e fermezza. Il discorso di Rezza/Mastrella non cambia forma, non cambia capitolo né bersaglio.

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In tempi all’odor di Family Day, Pirellone acceso o meno, il suo peregrinare di parola in parola, di sinonimo in nuove costruzioni lessicali, da un neologismo ad un’invenzione lessicale, è rivolto all’abbattimento, o meglio alla messa in discussione delle crepe, della famiglia tradizionale italica. Il suo, appunto, è un anelare, un agognare, un bramare, un desiderare, un tendere, un mirare, uno smaniare, un sospirare, teso costantemente al ragionamento sulla casa come contenitore delle più grandi paure, angosce, traumi da lettino psicoanalitico, in molti casi anche di maltrattamenti domestici: “C’è tanta violenza dietro le camicie stirate”. Dati alla mano: “La casa è la prima causa di mortalità nei paesi civili”. E dalla fisica quantistica passiamo a Freud, dalla pensione a Dio al rito funebre fino alla solitudine, una mitragliata, un colpo al cuore, bang bang.

Foto di Giulio Mazzi