Cori e sciarpate dei tifosi sugli spalti, in campo undici leoni che danno tutto fino al novantesimo, come fosse la partita della vita. Invece il Verona è ultimo in classifica, ha un piede e mezzo in Serie B. E dimostra che nel calcio conta vincere, certo, ma soprattutto saper perdere. Senza mollare mai, anche se una stagione normale si è trasformata in un incubo. Per la conferma chiedere all’Inter, squadra in lotta per la Champions, un po’ sbadata e un po’ svogliata, fermata sul pareggio per 3-3 (ma era stata anche sotto 3-1) nel più classico dei testa-coda.

L’Hellas, che due anni fa al ritorno in Serie A era stato addirittura in corsa per l’Europa League e l’anno scorso aveva riportato Luca Toni sul trono dei capocannonieri, è ultimo in classifica con appena 15 punti in 24 partite, praticamente già retrocesso. Per la prima vittoria i gialloblù hanno dovuto aspettare addirittura 23 giornate (2-1 nel turno infrasettimanale contro l’Atalanta), chiudendo il girone d’andata senza successi e cancellando anche il record negativo del Treviso 2005/2006 (22 match di fila senza vittorie). A guardarsi indietro è difficile individuare cause e responsabilità di questo tracollo non annunciato. Il mercato sbagliato, certo: se n’è andato il ds Sean Sogliano (uno degli artefici della promozione), sostituito da Riccardo Bigon che ha commesso diversi errori di valutazione.

L’ingaggio costoso di Giampaolo Pazzini, doppione e non spalla di Luca Toni. Una difesa ballerina, la carta d’identità ormai datata di alcuni leader dello spogliatoio (da Toni a Rafa Marquez, tornato in Messico a gennaio). Forse un allenatore, Andrea Mandorlini, con qualche motivazione in meno che in passato. Ma la rosa era comunque più che competitiva per l’obiettivo salvezza e la squadra spesso non ha giocato neanche male.

La verità è che quella del Verona è semplicemente una stagione disgraziata – come capitano ogni tanto nel calcio – in cui all’inizio la palla non entra e alla lunga la sfiducia prende il sopravvento. Ce ne sarebbe stato abbastanza per mollare, specie dopo alcune “mazzate” come la trasferta di Frosinone segnata dalle follie del portiere Rafael, o le sconfitte tagliagambe contro Empoli e Palermo. Di recente altre squadre in una situazione simile si sono lasciate andare (addirittura cadendo nella tentazione del calcioscommesse, come il Bari 2010/2011).

Il Verona, invece, è ancora vivo. Dopo aver sbattuto contro pali, portieri e sfortuna, ha trovato la prima vittoria contro l’Atalanta. Ieri ha pareggiato con l’Inter, è in striscia positiva da cinque partite e adesso viaggia con una media salvezza. Probabilmente non servirà a nulla: il distacco scavato è molto ampio, il quartultimo posto dista 9 punti.

Ma davanti diverse squadre hanno smobilitato (le due genovesi, il Palermo, l’Udinese), confidando nella retrocessione pressoché sicura di Carpi, Frosinone e Verona. E mentre le due cenerentole, nonostante tanta grinta e buona volontà, non sembrano obiettivamente attrezzate per mantenere la categoria, il Verona una squadra competitiva ce l’avrebbe pure. Se Toni e Pazzini ricominciassero a segnare come hanno sempre fatto in carriera. Se Viviani recuperasse in fretta dall’operazione alla caviglia. Se Del Neri tornasse l’allenatore del Chievo dei miracoli. Allora forse l’impresa non sarebbe davvero impossibile. Altrimenti resterà l’orgoglio dei giocatori. E questo elogio degli ultimi.

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