Non avrei dedicato una riga alle contumelie che l’Unità mi rivolge in un articolo lungo una pagina, se non fosse per quell’aggettivo carico di storia e di presagi: Anti-italiano. I motivi per i quali sarei anti-italiano sono questi: considero indecenti sia le dichiarazioni di stima e di amicizia che Renzi rivolse al generale al-Sisi, il Pinochet egiziano, sia il tenace silenzio dell’informazione italiana su quelle dichiarazioni e, fino a ieri, sui massacri di cui al-Sisi è il principale responsabile. Con l’aggravante che do per scontata l’indisponibilità di al-Sisi a confessare ai nostri investigatori che Giulio Regeni, lo studente italiano torturato e ucciso al Cairo, è una vittima del Terrore col quale il regime di al-Sisi governa.

Ricordo di Giulio Regeni ad ambasciata Italia al Cairo

Nel riconoscermi colpevole, vorrei tuttavia fare un paio di osservazioni. Spacciare la critica al potere per un pugnalare la patria è una pratica tipica dei nazionalismi e dei regimi autoritari. All’Unità certamente ricorderanno il crimine di ‘attività anti-sovietiche’ che il Kgb abbatteva sulla dissidenza. Anche la stampa di al-Sisi spesso scaglia contro gli oppositori l’accusa di essere al servizio del nemico. Qui non voglio fare battute facili su al-Renzi, l’Italia non è una dittatura e beccarsi una raffica di insulti è cosa assai diversa dal beccarsi una pallottola. Però segnalo che la retorica dell’anti-patria non appartiene alla tradizione del liberalismo. Nello specifico l’accusa di ‘anti-italiano’ non è di semplice utilizzo e l’imperizia può produrre effetti-boomerang. In Italia è perfettamente congrua al Partito della Nazione e all’ideologia che trascina, confusa e vaghissima se non per l’obbligo patriottico di non infastidire il manovratore.

Scrive infatti l’Unità nel pezzo di cui sopra: in seguito all’uccisione di Giulio Regeni “la richiesta di verità e di giustizia unisce la comunità nazionale e cementa l’opinione pubblica, che a sua volta si stringe intorno al governo e alle istituzioni in uno sforzo corale, determinato, fermo e solidale”. E chi non si stringe intorno al governo nello sforzo corale, determinato, fermo e solidale, è chiaramente un anti-italiano. Qui potremmo notare un certo stile Mininculpop, ed avere così la conferma non che il renzismo sia un nuovo fascismo, certamente non lo è, ma che in Italia le tragedie si ripetono sempre in farsa (dopotutto è un po’ farsesco ritrovare sul giornale fondato da Antonio Gramsci un fraseggio da cinegiornale Luce).

Ma la questione è un altra. Come dimostra un saggio di Andrea Borghesi che qui interpreto liberamente, da De Santis in poi i patrioti che hanno denunciato il declino dell’Italia e incitato al riscatto lo hanno sempre fatto ricorrendo ad una denuncia impietosa dei vizi degli italiani, l’opposto dello stringersi attorno al sovrano. Che poi la passione civile spesso finisse per imprigionarsi dentro forme di elitismo, non toglie che nella nostra storia il patriota autentico di solito nasce ‘anti-italiano’. Patriottico e ‘anti-italiano’ fu certamente l’antifascismo, pensiamo a Piero Gobetti che giudicava il fascismo “l’autobiografia degli italiani” o al Silvio Trentin degli scritti su Leopardi (“In un’ora particolarmente buia, dove nulla di ciò che il mio Paese ha rappresentato pare sussistere ancora…”).

Non sono tra quelli che avvertono rischi di dittatura ma vedo aumentare la tensione tra i due poli dell’antropologia italiana, l’Anti-italiano e l’Arci-italiano. Dove gli ‘anti-italiani’ sono minoranza, un arcipelago di gruppi sparsi, piccoli, gelosi delle proprie identità, poco solidali. Anche per questo la predominanza dell’Arci-italiano è destinata ad aumentare. Ma allora non sarebbe il caso, fratelli anti-italiani, di costruire reti e culture per unire le nostre deboli forze? Per smascherare l’anima furba degli Arci-italiani, per incendiare con la verità i loro palazzi di carta stampata prima di ritrovarci inquadrati nello sforzo corale, determinato, fermo e solidale?