Live@Quiet, please!, mercoledì ore 21, su Sky Arte. Segnatevi questo appuntamento. E se leggerete queste parole troppoi tardi, perché di puntate di questo gioiellino ne restano solo due, quella del 3 febbraio e quella del 10, andatevi a cercare le repliche in rete, o dove riuscite. Perché si fa un giusto gran parlare dell’estinzione della musica, o meglio, della musica di qualità dalla nostra televisione. Ci si indigna, legittimamente, per la chiusura di programmi come Ghiaccio Bollente di Carlo Massarini (perché è vero, il programma non chiude, cambierà titolare, pare, ma Ghiaccio Bollente è Carlo Massarini, non è che contava il titolo, ditelo ai tizi di Rai5). Si sbraita, come si può, per l’inadeguatezza dei talent, ma poi, quando succede che un piccolo miracolo come Live@Quiet, va in onda, ce lo lasciamo sfuggire sotto il naso come niente fosse.

In realtà, chi ha avuto il piacere di incappare nella prima serie, andata in onda l’anno scorso, se lo ricorda bene, e ha dato vita a un passaparola importante, ma non basta. Toccherebbe proprio accendere i riflettori su una cosa del genere. Di che si tratta? Semplice, come il titolo lascia intendere, il Quiet, please! di Milano, studio del maestro Ferdinando Arnò, apre le porte del suo sofisticato studio, tutto bianco, quasi fantascientifico, a una serie di artisti internazionali, che arrivano, si raccontano e si raccontano prevalentemente attraverso la propria musica. Una cosa semplice, appunto. Non fosse che gli artisti arrivati nella prima serie, per dire, erano Benjamin Clementine, Jack Savoretti, Melanie De Blasio, Selah Sue e le CocoRosie, mica gente di passaggio. Una sorta di All Star di quanto certo indie-pop internazionale aveva sfornato negli ultimi tempi. Artisti scelti principalmente seguendo due principi, dal maestro Arnò, i suoi gusti personali e la possibilità di esibirsi in solitaria in un contesto come uno studio di registrazione. Perché queste sessioni di studio diventano sorta di concerti da camera moderni, dove l’arte, l’improvvisazione pure, la creazione, viene fermata su video, cosa piuttosto rara in ambito della cosiddetta musica leggera, dove non è tanto l’esecuzione, come nel jazz, a rappresentare il momento creativo.

Si passa così dal neo-folk a certa elettronica rarefatta, volendo dal pop, chiamiamolo così, alla classica contemporanea, sicuramente contaminata dalla world music. Perché ora che è iniziata la seconda serie, sono passati dagli studi di De Angelis, a Milano, altri quattro artisti, tutti ovviamente interessanti, tutti capaci di raccontarsi nell’intimità delle pareti bianche dello studio, tutti capaci di raccontarci la musica raccontandosi.

Quattro nomi, questa volta, si è partiti con la giovane cantautrice Flo Morrissey, voce e chitarra al seguito, si è poi passati per il maestro Ludovico Einaudi, unico italiano passato fin qui in questo programma, se si esclude Arnò, padrone di casa, e si chiuderà con la doppietta Oh Land, altra cantautrice, danese, e Thomas Dybdahl. Tutti nomi certo ricercati, come ricercato è il contesto e anche la musica da sempre inseguita dall’ideatore del programma. Uno, per intenersi, che da sempre lavora per il mondo delle pubblicità, sempre con classe e coolness, e che proprio partendo dalle colonne sonore degli spot si è letteralmente inventato Malika Ayane, sua vocalist in passato. Se ci pensate, il suo primo album, fin qui il meglio riuscito, era una perfetta raccolta di musiche d’atmosfera, spesso anche solo accennate, su chi si ergeva una voce, quella della Ayane, tanto particolare quanto d’impatto. Poi lei si è persa in tutto quel bianco, ma la magia degli esordi è rimasta, lì ai Quiet, please.

Live@Quiet, please!, sicuramente, è una formula vincente, non originale in sé, dal momento che all’estero è un format già visto e utilizzato, ma che diventa, in questo particolare studio e con questo particolare padrone di casa, un progetto a se stante. Show case confessioni di artisti di culto, questo potrebbe essere il sottotitolo del programma. O anche di artisti destinati a diventare di culto, se è vero come è vero che alcuni, leggi Clementine e Savoretti, di culto sono diventati solo in seguito.

Quindi, bando agli indugi, segnatevi questo appuntamento e godetevi un po’ di buona musica in televisione, altrimenti, poi, la prossima volta che vi lamenterete che da quell’elettrodomestico non passa mai buona musica saprete di avere la coscienza sporca.