La giustizia penale, in Italia, “restituisce un quadro di sostanziale stabilità dei procedimenti pendenti. Ma il dato relativo alle prescrizioni, pur attestandosi sui livelli dello scorso anno, continua a destare preoccupazione”. Così il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, interviene  all’inaugurazione dell’anno giudiziario di Palermo. I dati infatti parlano del 49% dei procedimenti definiti a Venezia e del 30 a Roma che finiscono al macero mentre giace in Parlamento la legge sulla riforma che consentirebbe di non vanificare il lavoro dei magistrati e di riconoscere più giustizia ai cittadini.

“Le proposte del Governo per una congrua sospensione della prescrizione dopo la condanna in primo e secondo grado sono già state approvate dalla Camera e sono all’esame del Senato”, dice Orlando. Ma da quella approvazione sono passati dieci mesi e allo stato la riforma è impantanata alla Commissione Giustizia di Palazzo Madama. “Il complesso delle riforme – dice il Guardasigilli – ha l’obiettivo di incidere significativamente sull’andamento e i tempi del processo penale. A questo obiettivo va ricondotta una strategia d’azione articolata su più versanti e con più strumenti. Primo fra tutti quello dell’esclusione della rilevanza penale del fatto di particolare tenuità”. E aggiunge: “Nella stessa direzione va la scelta della depenalizzazione. È essenziale deflazionare il sistema penale, restituendo alla sanzione la serietà e la residualità che le compete”.

“Ci sono difficoltà da superare ma non c’è più una questione giustizia che ricapitoli in maniera quasi paradigmatica il senso della crisi che il paese attraversa” prosegue Orlando. “Considero realizzato l’auspicio che formulai lo scorso anno, di aprire una nuova stagione di condivisione sui temi della giustizia e di superamento della conflittualità che ha caratterizzato il clima degli scorsi anni – dice -. Il positivo riscontro alla richiesta di collaborazione e di dialogo, sia pur nella fisiologica dialettica di posizioni talvolta lontane, ha consentito di affrontare problemi complessi e delicati, non più differibili.

Sul ruolo della magistratura in Italia “la politica ha mostrato forse troppa timidezza nell’intervenire e stabilire le regole che poi è chiamato ad applicarle – dice -. Questa timidezza è dovuta a molti fattori, credo. È dovuta a una certa sacralizzazione del ruolo e della funzione della magistratura, inversamente proporzionale alla perdita di credibilità che la politica ha patito negli ultimi decenni”. “Ma è dovuta anche a mutamenti economici e sociali sempre più imponenti, che superano ampiamente i confini nazionali e rispetto ai quali dobbiamo costruire strumenti di analoga portata – aggiunge il ministro Orlando – Fare valere le ragioni della politica diviene dunque sempre più difficile. È tuttavia necessario, perché la politica mantiene, secondo le regole della democrazia, un insostituibile compito di carattere ‘architettonico’, svolge cioè la funzione di direzione e di determinazione degli orientamenti generali del paese, che la Costituzione le assegna”.

Orlando risponde direttamente al primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, che aveva definito “persino danno il reato di clandestinità”.  “Ci adopereremo nel quadro di una ridefinizione delle regole che disciplinano il fenomeno migratorio per il superamento del reato di immigrazione clandestina – dice Orlando -. Pensare che siano gli strumenti penali a risolvere il problema del governo di processi epocali come quello dell’immigrazione significa rinunciare ai compiti della politica. C’è una responsabilità del nostro Paese, ma anche una più grande dell’Unione Europea, che deve dimostrare di andare oltre gli egoismi nazionali. C’è un patrimonio di umanità che non può essere sacrificato agitando strumentalmente antiche paure”.