“La famiglia è un fatto antropologico, non ideologico”
(il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella prolusione del consiglio episcopale permanente, 25 gennaio 2016)

Nel 2000, durante il Giubileo, Giovanni Paolo II pronunciò quello che fu definito il più grande “mea culpa” della Chiesa cattolica. Il Papa polacco si batté il petto per le crociate e le guerre di religione, le persecuzioni contro gli ebrei, il tifo per il colonialismo, la discriminazione etnica, quella sessuale, i silenzi sulle ingiustizie sociali. Due anni prima Wojtyla si era chiesto se l’Olocausto non fosse stato “facilitato dai pregiudizi antigiudaici presenti in certi settori cristiani”.

Sempre nel 2000 l’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa premiato dalla fiducia, dal gradimento e dalle speranze di un numero altissimo di credenti e non (Ixè nell’ultimo sondaggio lo dà al 90 per cento di popolarità), spinse la Chiesa argentina alla “pubblica penitenza” per le barbarie commesse dalla dittatura. Terminata vent’anni prima.

Nel 2010 la Santa Sede, retta da Benedetto XVI, condannò i comportamenti di padre Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, ritenuto responsabile per almeno vent’anni di un numero imprecisato di abusi sessuali oltre che di aver coperto altri che ne avevano commessi di analoghi. Il pontefice definì Maciel “un falso profeta”, la cui vita era stata “priva di scrupoli”. Ma Maciel era morto. Da due anni. Le prime denunce in Vaticano erano arrivate alla fine degli anni Novanta all’ufficio che lui, Ratzinger, dirigeva dal 1981.

Gli organigrammi della Chiesa cattolica – dai papi agli arcipreti – ce l’hanno un po’ di vizio. Abitualmente tendono a schierarsi contro le battaglie di libertà. Sembra un riflesso condizionato. Appena c’è odore di libertà, pam, si fiondano dalla parte opposta. Quando le libertà devono essere estese, difese, tutelate, rivendicate, la Chiesa che conta si contrappone, resiste o, più spesso, sceglie il silenzio. A volte vince, anche se sono vittorie solo politiche (d’altra parte non c’è niente di più politico della storia dei papi). Alla lunga ci sta che gli tocchi arretrare, fino alla resa. E in certi casi, dopo decenni, dopo secoli, quando magari non se lo ricorda più nessuno, tocca chiedere anche scusa. Come Wojtyla. Come Bergoglio. Come Ratzinger.

vaticano-675La storia di Galileo Galilei la sanno tutti: ha potuto ringraziare di essere riaccolto tra le braccia del cattolicesimo 359 anni, 4 mesi e 9 giorni dopo. Sanno tutti anche la storia di Giordano Bruno, morto qualche anno prima di Galileo, nel 1600, bruciato vivo a Campo de’ Fiori. Quando a fine Ottocento il giovane Stato italiano eresse una statua in suo onore, Papa Leone XIII digiunò per un giorno per protesta e confermò la condanna del religioso dato alle fiamme. E mentre la Chiesa condannava all’oblio l’eretico Bruno, premiava la memoria del suo inquisitore, Roberto Bellarmino, che non solo è santo, ma è anche inserito nel ristretto pantheon dei Dottori della Chiesa. E poi Tommaso Campanella che dovette fingersi pazzo per evitare la pena di morte e infatti gli dettero 30 anni (ne fece 27, la certezza della pena era una cosa seria).

Cinquant’anni prima era nata l’Inquisizione, i cui numeri sono ballerini da secoli: per comodità si possono prendere quelli ufficiali del Vaticano che parla di oltre 100mila processi contro gli eretici (compresi protestanti e streghe) e condanne al rogo per “meno di 100 casi” (come se fossero pochi). Per rendere più efficiente il lavoro, la Chiesa cattolica creò anche l’Indice dei libri proibiti nel quale si sono visti passare da Machiavelli a Rousseau, da Montesquieu a Benedetto Croce fino a Moravia e Aldo Capitini. E’ rimasto per 408 anni: è stato soppresso nel 1966, appena cinquant’anni fa.

Poi si può curiosare nel campionario di Pio IX, il Papa più longevo dopo Pietro. A metà Ottocento era inorridito – e infatti li inserì tra gli 80 errori del Sillabo – da liberalismo, libertà di religione, separazione tra Stato e Chiesa. In un’enciclica condannò la rivoluzione francese e il risorgimento italiano. Definì inaccettabile che i cattolici italiani partecipassero alla vita politica (per sua fortuna è vissuto un secolo prima di Camillo Ruini).

O ancora Pio XI. Poco prima dei Patti Lateranensi che il Vaticano firmò con lo Stato fascista nel 1929, parlò così di Benito Mussolini: “Forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare”. Tutte le interpretazioni benevolenti sono accolte. Ma Mussolini era il capo del fascismo da 10 anni, da 7 capo di un governo conquistato senza elezioni. Da 4 erano state approvate le leggi fascistissime che trasformavano l’Italia da Stato liberale a Stato autoritario. Da 8-9 anni le squadracce fasciste distruggevano e incendiavano sedi di partito, di giornale, di sindacati, di cooperative, di circoli, di teatri, bastonavano e uccidevano centinaia di persone in tutta Italia. Da 5 anni era stato ammazzato Giacomo Matteotti.

Fino ai giorni nostri. A Oscar Romero, il vescovo di El Salvador. E’ stato fatto beato. Ma lo scorso anno, 35 anni dopo il suo assassinio, arrivato al culmine della sua battaglia solitaria che il Vaticano ha ignorato. O alla battaglia sul divorzio.

Per due volte negli ultimi quattro giorni il capo dei vescovi italiani, che su altri temi (la corruzione, la mafia, la vendita di armi delle aziende italiane o magari gli scandali nelle diocesi) si affida al silenzio quasi perfetto, ha ribadito che non si può equiparare il matrimonio alle unioni omosessuali. Non si possono, cioè, equiparare l’amore, l’unione delle anime, la dolcezza, la potenza del sentimento degli eterosessuali con quelli, identici, degli omosessuali. Primo, perché come ha detto una settimana fa l’amatissimo e acclamatissimo Papa Francesco quelle sono persone che “vivono in uno stato oggettivo di errore”, ma sulle controversie della dottrina e della teologia ne ha già scritto – con maggiori competenze di chi scrive – Francesco Antonio Grana.

Ma non sono equiparabili, dicono i vescovi, “perché la Costituzione parla di matrimonio tra uomo e donna”. Chissà quando  qualcuno si deciderà a spiegare al cardinale Angelo Bagnasco che proprio la Consulta – che la Costituzione per abitudine e per mestiere la difende – ha fatto a brandelli la legge sulla fecondazione assistita perché violava 6 articoli della Carta e due della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Era proprio la legge che fu blindata da Camillo Ruini, predecessore di Bagnasco e suo buon maestro, che invitò i cattolici a non presentarsi alle urne per far fallire il referendum.

In un libro di qualche tempo fa (La Chiesa contro) che racconta di tutti i no della gerarchia cattolica in materia di diritti e bioetica (dal testamento biologico all’eutanasia fino alla fecondazione assistita), Sergio e Beda Romano scrivevano tra l’altro che in Italia “la Chiesa non rinuncia a fare battaglie più intransigenti e inflessibili di quelle che è in grado di fare altrove; e può soprattutto contare su una classe politica più debole e opportunista di quella con cui deve trattare in altri Paesi dell’Europa cristiana”.

Chi manifesta al Family Day manifesta a favore di una cosa che c’è già e che nessuno ha intenzione di toccare. La questione è matematica: dare più diritti allarga la platea dei cittadini pienamente compiuti e inclusi, mentre il Family Day difende solo una parte. E forse crede che i valori (sulla vita, sulla morte, sull’amore) siano un bagaglio solo dei credenti, mentre i non credenti – empi, privi della luce – si lasciano guidare dal caos, dal cinismo, dalla moda del momento, dal nichilismo.

Mentre è solo una questione di libertà. Le battaglie di libertà sono battaglie per tutti, perché estendono i diritti senza limitare quelli di altri. Lasciano fuori (cioè dentro le chiese) i precetti di una fede perché possano entrare non solo tutte le fedi, ma anche quelli che non ne hanno una, non ne vogliono una. La legge è per tutti e non deriva dai testi sacri di una parte. Si potrebbe consigliare agli uomini che hanno sposato la Chiesa cattolica – e per volontà del Signore ne sono diventati principi – di abbassare il tono della voce, per una volta, di aprire le orecchie, gli occhi, le finestre almeno. Si potrebbe, ma le speranze – ancora una volta – rischiano di restare tali. Al massimo toccherà aspettare qualche secolo.