Il 12 gennaio in Kuwait è entrata in vigore la nuova legge sui reati informatici.

Si tratta dell’adeguamento all’era dei social media di tre precedenti leggi del 1970, del 2006 e del 2007, che criminalizzavano l’espressione di opinioni del tutto legittime e pacifiche sui mezzi d’informazione tradizionali, attraverso strumenti audiovisivi o durante manifestazioni pubbliche.

Accanto alla repressione di azioni che hanno un’effettiva natura criminale (come l’accesso non autorizzato alle reti, l’alterazione di dati e di contenuti e l’uso di Internet a scopo di traffico di esseri umani), la nuova legge sanziona anche azioni che non hanno alcuna rilevanza penale.

D’ora in avanti chi criticherà online il governo, la magistratura, le figure religiose e persino i capi di Stato di altri paesi rischierà fino a 10 anni di carcere.

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Ancora prima dell’entrata in vigore della legge, peraltro, numerosi utenti dei social media erano stati arrestati, processati o condannati per aver espresso online le loro opinioni.

Ayad Khaled al-Harbi, 26 anni, è in carcere dall’ottobre 2014 per aver criticato su Twitter il capo di stato del Kuwait, l’emiro Sabah al-Ahmed Al Sabah e vari ministri del governo e per altri tweet di sostegno al noto dissidente Musallam al-Barrak.

Hamad al-Naqi, blogger, sta scontando una condanna a 10 anni per una serie di tweet considerati critici nei confronti dei leader del Bahrein e dell’Arabia Saudita e per “offesa all’Islam”.

Abdullah Fairouz, difensore dei diritti umani, ha ricevuto cinque anni di carcere per aver twittato che chi dimora nei palazzi reali non dovrebbe essere immune dai procedimenti penali.

L’avvocato Khaled al-Shatti è stato condannato in primo grado a un anno di carcere per “offesa alla religione” (in realtà aveva pubblicato un tweet velatamente critico nei confronti dello Stato islamico). Resta in libertà fino allo svolgimento del processo d’appello, che dovrebbe tenersi prossimamente.

Altri utenti dei social media sono in carcere per aver criticato l’Arabia Saudita all’indomani dell’avvio delle operazioni militari nello Yemen. Uno di loro è il blogger Saleh al-Saeed, condannato a sei anni. Ulteriori casi sono descritti in un recente rapporto di Amnesty International.