A ben dieci anni dalla raccomandazione del Parlamento europeo sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente (2006/962/CE), che auspicava interventi e politiche per mettere i cittadini nelle condizioni di “saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie di informazione e comunicazione (TIC) per  il lavoro, il tempo libero e la comunicazione” e soprattutto di utilizzarle “per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet”, l’analfabetismo digitale italiano è ben lontano dall’essere superato.

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Meno della metà degli italiani (il 47% della popolazione) ha competenze digitali di base, contro una media europea del 59%, e tra questi solo il 29,5% ha competenze superiori a quelle minime. Le competenze digitali all’interno delle imprese presentano alcune criticità, sia per scelte aziendali sia per fattori strutturali legati soprattutto alle ridotte dimensioni d’impresa: il 68% dei lavoratori dichiara di avere competenze digitali di base o inferiori.

Non solo, in un’Italia dove il lavoro manca e nuove opportunità potrebbero venire dal web, con piccoli business online e lavoro freelance, il 22% degli attuali disoccupati non ha mai utilizzato Internet, così come il 15% degli attuali occupati (impietoso il confronto con il 4% di Germania e Francia).

Non stupisce dunque che il Digital economy and society index, che misura la diffusione della connettività, le competenze digitali del capitale umano, l’uso di Internet, lo sviluppo dell’imprenditoria digitale e la qualità dei servizi pubblici online, veda l’Italia al 25° posto in Europa. Lenta e in ritardo, così l’Europa fotografa l’Italia digitale, che proprio nel 2016 è chiamata a tradurre in fatti concreti quanto disposto nei tre piani del governo Renzi – per la crescita digitale, per la banda ultra-larga, per le competenze digitali – finanziati con risorse nazionali ed europee.

In un Paese disabituato a visioni e a programmazioni anche solo di medio periodo, governato da una classe dirigente per lo più priva di una vera cultura digitale, refrattario al cambiamento e soprattutto incapace di gestirlo, avere una strategia per il prossimo biennio è già una conquista, che da sola tuttavia non basta.
Per fare del digitale e della rete leve per lo sviluppo economico e sociale, sarà necessario che l’utilizzo della rete, il cui accesso dovrebbe essere un diritto sociale, diventi abituale per le imprese che vogliono innovare, per le attività economiche che guardano ai nuovi mercati, per i cittadini e nell’organizzazione del lavoro.

Logico a dirsi, più difficile a farsi. Sarà necessario esercitare quell’attitudine al cambiamento cui l’Italia è decisamente disabituata, vincere le resistenze di alcuni settori economici – come l’editoria – che ancora faticano a trovare giuste idee di business in un’economia sempre più digitale e favorire nelle Pmu l’adozione di modelli di lavoro smart.
Bisognerà far salire oltre l’attuale 23% – la media europea si attesta al 47% – della popolazione, il numero di coloro che utilizzano servizi di eGovernment e spingere le imprese a sfruttare il mercato delle vendite online, che si attesta al 10% per le grandi imprese e al 6,5% delle Pmi, dunque ben lontano dall’obiettivo del 33% fissato dall’Europa per queste ultime.

Esiste anche la necessità di abbattere le differenze di genere nell’utilizzo di Internet in Italia, tra le più elevate in Europa – nel 2013 era quasi il triplo della Francia –, che aumenta negli utilizzi economici della Rete (online banking, e-commerce) e si riduce negli utilizzi relazionali (social network): il 50% della popolazione femminile non è utente Internet, o non lo è più o è un utente sporadico.

È ovvio che tutta la partita si giocherà sullo sviluppo e diffusione delle competenze digitali – vedremo sul medio e lungo periodo l’efficacia del Piano Nazionale Scuola Digitale varato dal governo e delle iniziative della Coalizione italiana per le Competenze Digitali – e per l’Italia sono già iniziati i minuti di recupero.

di Marta Coccoluto