Gli attacchi di Giacarta non sono stati un fulmine a ciel sereno. Governo e forze di sicurezza indonesiane erano preparate al fatto che qualcosa potesse succedere. L’allerta era scattata il mese scorso in vista della fine dell’anno. A difesa di chiese, aeroporti e luoghi pubblici erano stati schierati 150mila tra agenti e soldati. Nelle scorse settimane c’erano inoltre stati diversi arresti di presunti militanti e simpatizzanti jihadisti. Nel Paese con la popolazione musulmana più numerosa al mondo non sono mancate manifestazioni di sostengo a Daesh. Ma nell’arcipelago c’è una tradizione di islam moderato e il governo guidato dal presidente, Joko Widodo, ha dichiarato la linea dura contro i gruppi armati.

Nell’ultimo decennio l’Indonesia è stata considerata una storia di successo dell’anti-terrorismo. All’atto pratico a occuparsi della questione è il cosiddetto Densus 88 (o Detachment 88), un’unità d’élite della polizia in passato accusata di gravi repressioni. Come si legge in rapporto dello scorso settembre della Jamestown Foundation, l’emergere del gruppo autoproclamatosi Stato islamico e il bacino transnazionale dei conflitti in Siria e Iraq hanno tuttavia minato gli sforzi di Giacarta. Elementi collegati all’Isis sarebbero responsabili degli attacchi del 14 gennaio nella capitale indonesiana. Lo scrive l’organizzazione Site, citando una rivendicazione diffusa da agenzia vicina al Califfato e lo dice anche il capo della polizia, Tito Karnavian.

Gli assalti sono i più gravi in città dagli attacchi a giugno 2009 agli hotel Marriott e Ritz-Carlton, nei quali morirono sette persone. Gli attentati furono responsabilità della Jemaah Islamiyah (JI), referente della galassia di al-Qaeda nel sudest asiatico e capace di rimpiazzare il gruppo radicale Darum Islam. La Jemaah Islamiyah fu responsabile anche per gli attacchi di Bali nel 2002, nei quali persero al vita 202 persone, in maggioranza turisti. Oggi però non ha più la forza di un tempo, complici anche scissioni come quella guidata da Abu Bakar Bashir, fondatore nel 2008 della Jamaah Ansharut Tauhid (JAT).

Prende invece consistenza l’influenza del Califfo nero. Dal carcere lo stesso Abu Bakar Bashir ha rivendicato l’alleanza con Daesh, non senza malumore tra i suoi vecchi compagni del JAT. Negli ultimi anni sono stati centinaia gli indonesiani partiti come foreign fighters in Siria. Per il governo indonesiano, secondo dati diffusi lo scorso novembre, sarebbero almeno 700. Altre fonti fanno scendere il numero a 500; la Bbc a 200. Non sono comunque mancati i video di propaganda e d’arruolamento dei militanti del Califfato in cui si vedono indonesiani e malaysiani.

L’influenza dello Stato islamico si sarebbe estesa ad almeno cinque province: East Java, Lampung, Sulawesi meridionale, Sulawesi occidentali e Sulawesi centrale. A sostenere Daesh nell’arcipelago è anche Santoso, lo jihadista più ricercato nel Paese. Già membro della JI e poi della Jamaah Ansharut Tauhid, nel 2012 ha dato vita ai Mujahidin Indonesia Timur, una coalizione jihadista con base a Poso, nella provincia di Sulawesi centrale, che ha contatti anche con gruppi nelle vicine Malaysia e Filippine. A colpi di imboscate e omicidi di agenti e soldati (questi ultimi a dire il vero meno impegnati nella lotta contro il terrorismo), Santoso si è fatto strada fino a diventare il terrorista più temuto del Paese. Attualmente alle calcagna del latitante sono impegnati circa 13mila agenti.

Su un altro fronte, lo scorso 29 dicembre si è invece consegnato alle autorità Nurdin bin Ismail. Il leader ribelle, che si è arreso assieme ad altri 100 miliziani separatisti, capeggiava una fazione scissionista del Free Aceh Movement (Gam), che ha combattuto per anni contro il potere indonesiano prima dell’accordo di accordi di pace di Helsinki che, nell’agosto del 2005, misero d’accordo i separatisti armati e governo centrale. Il presidente Widodo si è proposto di concedere l’amnistia al leader separatista, con il disappunto della polizia.

Di Andrea Pira