La Procura di Parma ha chiesto l’archiviazione sul caso dei dieci agenti di polizia penitenziaria accusati di avere picchiato e usato violenza contro un detenuto. Il caso era scoppiato lo scorso anno, quando Rachid Assarag, marocchino di 40 anni condannato per violenza sessuale e detenuto nel carcere della città ducale tra il 2010 e il 2011, aveva presentato denuncia raccontando di avere subito sevizie da alcune guardie con una stampella a cui si appoggiava per camminare. A dimostrazione di quello che aveva subito nel penitenziario, l’uomo aveva consegnato alla moglie delle registrazioni in cui si sentivano le voci di agenti, infermieri e medici che sembravano confermare il clima di tensione e di soprusi vissuto dietro le sbarre. Negli audio, raccolti dall’associazione “A Buon diritto” e pubblicati dal settimanale L’Espresso, e quindi acquisiti dalla magistratura, si riconoscevano le voci degli agenti che parlando con il detenuto ammettevano gli abusi: “Ne picchiamo tanti – si sentiva in una – qui comandiamo noi”. Ne è seguita un’inchiesta coordinata dal pm Emanuela Podda che ha visto nel mirino dieci agenti del carcere di via Burla.

Gli inquirenti si sono messi al lavoro aprendo un fascicolo in cui comparivano le ipotesi di reato di abuso di metodi di correzione e disciplina, calunnia, lesioni e falso. In questi mesi sono stati sentiti, oltre alla vittima, altri detenuti, medici, mediatori culturali e agenti penitenziari per tentare di ricostruire i fatti. Ma la conclusione del sostituto procuratore è stata una richiesta di archiviazione per tutti gli indagati.

Nelle dodici pagine di motivazione, il pm spiega che dalle indagini non sarebbero stati trovati riscontri delle accuse né delle dichiarazioni degli agenti registrate nei nastri. Parlando di uno dei file, il pm scrive: “Anche qui l’assistente dichiara che dentro il carcere comandano loro e che non esistono né avvocati né giudici”. Un’affermazione che il magistrato stesso definisce “inquietante”, ma poi spiega anche che “in tutto il discorso la guardia afferma di avere sempre tenuto un comportamento corretto, di non avere mai dischiarato il falso nei suoi rapporti e di non avere mai usato violenza nei confronti del detenuto, ed Assarag ammette che è così”. Per questo la conclusione è che “quelle affermazioni paiono più essere ‘delle lezioni di vita carceraria’ che la guardia sta impartendo al detenuto, che delle minacce o delle affermazioni di supremazia assoluta e di negazione dei diritti”. Il procuratore capo di Parma Antonio Salvatore Rustico ha sottolineato che “le lezioni di vita carceraria non sono da riferirsi alle violenze, ma al dialogo tra detenuto e guardia di cui si parla nel documento, e da cui il pm prende le distanze definendo le affermazioni inquietanti”.

Le indagini condotte dalla Procura hanno evidenziato come delle persone sentite, nessuno abbia riferito di aver visto segni di percosse o lesioni su Assarag né di avere assistito a episodi di violenza nei suoi riguardi. Innumerevoli, si legge sempre nel documento del pm, sarebbero invece stati i rapporti disciplinari nei confronti del detenuto, ricordato dai medici che lo hanno visitato e che confermano di non avere mai visto segni di pestaggi, come una persona polemica e problematica, insofferente alla vita carceraria. Le accuse dunque non sarebbero state confermate dalle persone sentite, e inoltre, di fronte alle foto dei presunti autori delle ripetute violenze, Assarag avrebbe indicato due agenti che il giorno del pestaggio non erano in servizio, mentre non sarebbe stato in grado di riconoscere le guardie che lo avevano accolto in carcere.

La decisione del sostituto procuratore Podda di chiedere l’archiviazione del caso, su cui anche il ministero della Giustizia aveva aperto un’indagine, è stata definita “inaccettabile” da Fabio Anselmo, l’avvocato di Assarag, che nel frattempo ha cambiato undici penitenziari e ora si trova nel carcere di Torino. “È inaccettabile – ha affermato di fronte alla stampa dopo aver appreso la notizia – dov’è finito lo Stato di diritto? In quei nastri gli agenti minacciano, si parla di botte, di sangue, di medici che pur sapendo non denunciano per paura di ritorsioni, di detenuti che si feriscono pur di non farsi picchiare. Sembra proprio che non vogliano farlo più uscire vivo dal carcere. I magistrati avrebbero dovuto fare nuove indagini, intercettazioni ambientali. E invece nulla, ora lui ha paura per la sua incolumità”.