Una insospettabile traccia del ruolo strategico dell’Italia nello scenario della jihad globale.  Era nascosta in un anonimo appartamento in via Dubini,  a pochi passi dall’ospedale di Gallarate, città dell’hinterland milanese. Un covo scoperto quindici anni fa dalla procura di Busto Arsizio, che portò il generale dei carabinieri Sabato Palazzo a descrivere così la situazione l’8 gennaio del 2001: “Esiste una rete operativa, logistica, propagandistica e finanziaria creata da diverse formazioni integraliste islamiche, che nel nostro paese hanno basi, fiancheggiatori e contatti con la malavita, specie quella comune”. Pochi giorni dopo il pubblico ministero di Busto Arsizio Giuseppe Battarino chiudeva le indagini durate diversi mesi su un gruppo di salafiti, con base in quel covo dove passavano jihadisti pronti al combattimento, prima che il fascicolo passasse alla procura di Milano per unirsi alle indagini in corso sul centro islamico di Viale Jenner. Non una storia lontana nel tempo: perché la rete descritta da quelle indagini assomiglia molto, forse troppo, al background degli ultimi attentati. Il Belgio come motore del jihadismo europeo, nomi che a distanza di anni ritornano e la sensazione, netta, di un patrimonio investigativo archiviato troppo velocemente. Eravamo in un’altra epoca storica, prima dell’11 settembre e dell’attacco alle Twin Towers, prima della guerra dell’Afghanistan, della distruzione dell’Iraq di Saddam e della Libia di Gheddafi. Da alcuni anni in Europa vi era un “ridispiegamento di centinaia di mujahidin impegnati per anni nel conflitto bosniaco e in Cecenia”, come raccontava un rapporto della Digos dell’epoca. Le cellule si riorganizzano, i gruppi si saldano e Milano, con il suo hinterland, diventa un crocevia cruciale.

Il 5 gennaio 2001 l’ambasciata Usa a Roma chiude all’improvviso i battenti. Nelle stanze di via Veneto rimangono solo i funzionari essenziali e gli uomini della sicurezza, mentre tutti gli uffici sprangano le porte. Un attacco era ritenuto probabile e imminente. Quel gruppo di tunisini sui quali stavano indagando gli investigatori della Digos era uno snodo fondamentale di al-Qaeda in Europa e tanti indizi facevano immaginare un attacco. Nel corso delle indagini sono stati sequestrati schemi di circuiti elettronici per la realizzazione di sofisticati telecomandi e della documentazione tecnica su sistemi di radiotrasmissione e una quantità significativa di pamphlet sulla jihad. Quello che la procura aveva scoperto andava ben oltre il reclutamento e l’addestramento ideologico. Due tunisini, Jammali Imed e Essid Sami ben Khemais, utilizzavano piccole società – “prive di reale operatività”, scriveva il pm Battarino – come strumento di raccolta di denaro da destinare al finanziamento delle attività militari. Un giro di soldi considerevole, un canale di finanziamento di attacchi organizzati da cellule strettamente legate ad Osama bin Laden, ma pensate e pianificate a pochi chilometri da Milano. Essid, detto “Saber” o “Omar il viaggiatore” era considerato il leader del gruppo. In una intercettazione spiega: “Le armi non servono qui, qui bisogna costruire prima la fede. Devi costruirti la fede, la religione, e dopo puoi fare il samurai”. C’era poi un altro nome di peso, quello del leader salafita Tarek Ben Habi Maaroufi, attivo in Belgio, considerato uno dei uomini chiave di al-Qaeda in Europa. E’ stato accusato e condannato per aver fornito i passaporti falsi ai tre terroristi responsabili dell’attentato mortale al leader afghano Ahmed Shah Massoud, due giorni prima dell’11 settembre 2001. Espulso in Tunisia nel 2009 – quando perde la nazionalità belga, primo caso in Europa – è stato scarcerato nel 2012, in seguito all’amnistia nel suo paese di origine. Un percorso che accomuna moltissimi jihadisti espulsi dopo aver scontato una condanna in Europa.

Il processo portò a condanne severe. Prima della legge sul terrorismo internazionale la procura di Busto Arsizio ipotizzò reati pesanti, come l’organizzazione di mercenari. Già all’epoca lo schema era lo stesso di oggi: far entrare combattenti in Europa, indottrinarli, prepararli militarmente con un periodo di combattimento nei campi di battaglia in giro per il mondo. Oggi la Siria, all’epoca l’Afghanistan e la Cecenia. Un sistema di internazionale della Jihad nato in Bosnia negli anni ’90, quando migliaia di miliziani confluirono nello scenario balcanico, organizzati e finanziati dalle tante associazioni della penisola araba. Quell’inchiesta arrivata a conclusione pochi mesi prima dell’11 settembre aveva fatto scattare l’allarme. Partì, per la prima volta, un coordinamento diretto tra gli investigatori europei. Nella primavera del 2001 viene messo in campo un coordinamento europeo, promosso da Eurojust, all’epoca diretta da Gian Carlo Caselli, con i pm Giuseppe Battarino di Busto Arsizio e Stefano Dambruoso di Milano e i magistrati francesi, tedeschi e belgi. Insomma, si erano create all’epoca le premesse per una risposta coordinata ed efficace. Poi la macchina si è evidentemente inceppata.

Uno spartiacque è stato sicuramente l’attentato alle Torri gemelle, che ha visto il radicale cambio di strategia da parte degli Usa. Con un episodio significativo che ha riguardato l’Italia, il rapimento dell’Imam di Viale Jenner Abu Omar, avvenuto il 17 febbraio del 2003. E’ qui che si evidenzia lo scontro duro con la linea statunitense e la perdita di una parte di autonomia e sovranità del nostro paese. Come scriveva Giuseppe D’Avanzo già nel 2005 ancora oggi “l’affare non può essere dunque soltanto penale (se così fosse, sarebbe già moribondo), ma politico. Perché politiche sono le questioni sul tavolo: quale ruolo ha avuto l’Italia nella Guerra al Terrorismo pianificata da Washington?”. Il procuratore Armando Spataro cercò di dare una risposta a questa domanda, ma si trovò di fronte, come è noto, il segreto di Stato. E rileggendo le inchieste più recenti sul terrorismo internazionale appare chiaro anche un ulteriore elemento: il metodo investigativo degli Usa, che si è basato soprattutto sulle intercettazioni telematiche e sull’analisi delle attività in rete – come ha dimostrato Edward Snowden – hanno influenzato anche il modus operandi della nostra polizia giudiziaria. Una scelta differente rispetto al “vecchio stile” che aveva utilizzato la Digos di Varese per scoprire la rete dei salafiti. Pedinamenti, incrocio di dati, osservazione sul campo.

Nel frattempo il percorso dei salafiti arrestati nel 2001 arriva ad una paradossale conclusione. Dopo aver scontato le pene gran parte dei componenti di quella organizzazione furono espulsi verso le dure carceri tunisine. Una scelta che si dimostrerà pessima. Le celle di Ben Alì servirono a radicalizzare ancora di più i jihadisti, che, dopo l’amnistia del 2012 seguita alla caduta dell’ex presidente tunisino, confluirono nelle organizzazioni più radicali, come ha raccontato Paolo Biondani sull’Espresso. Secondo alcuni media magrebini almeno uno dei salafiti condannati in Italia avrebbe poi avuto un qualche ruolo nell’attentato del museo del Bardo. La stessa rete di allora, gli stessi contatti, quindici anni dopo.