Lo so che è un po’ scontato e prevedibile, ma il gioco è troppo divertente per rinunciarvi. Per cui anche quest’anno vi propongo la mia classifica del peggio e del meglio visto in tv, così poi tutti potranno criticare le mie scelte, rimproverarmi le omissioni e manifestare il loro dissenso sulle mie preferenze.

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Dunque partiamo dal peggio, che sembrerebbe la cosa più facile vista la quantità di spazzatura che circola sui teleschermi e invece è la cosa che mi mette più in difficoltà perché siamo così rassegnati alla brutta televisione che diventa difficile ricordarsene i punti più bassi. Comunque, nella mia graduatoria c’è un vincitore assoluto della maglia nera e altre quattro segnalazioni che ognuno potrà mettere nell’ordine che preferisce.

1. Il vincitore non può che essere il programma di Paolo Del Debbio Quinta colonna, in onda su Retequattro. La bufala dei finti ladruncoli rom che in realtà erano attorucoli pagati dalla produzione lo mette in testa con ampio margine sui possibili concorrenti, “hors catégorie” come vengono definiti al Tour de France le salite più impervie. Anche se qui più che una salita è una discesa all’inferno, sulle tracce di quelli che Dante classificava come “frodolenti”.

Per gli altri 4 posti segnalerei:

a. L’insieme dei talk politici di prima, seconda serata, del pomeriggio e del mattino, nessuno escluso. O meglio: un’esclusione la devo fare per l’Otto e mezzo di Lilli Gruber, dove pochi ospiti e una conduttrice capace riescono a proporre dei ragionamenti. Per il resto confusione e noia. Ci si chiede come possa sopravvivere, se non per accanimento terapeutico, un genere che mostra ormai chiaramente tutte le sue rughe, le sue crepe, un genere funzionale a un tipo di evoluzione della politica italiana – il bipolarismo, la personalizzazione – che sta svanendo. Nel passato aveva una sua funzione, perversa, ma efficace; ora non c’è neppure quella perversione.

b. Il pomeriggio domenicale di Raiuno, ovvero quello che resta della disintegrazione di Domenica in, perché non è possibile che la rete ammiraglia della Rai non sia in grado da anni di proporre qualcosa che connoti nello stesso tempo la sua specificità, il servizio pubblico e quella del momento festivo. Un talk, anche di successo, e quattro chiacchiere tra le solite facce sono un tappabuchi; per celebrare una festa ci vuole ben altro.

c. Affari tuoi: un gioco insulso, senza capo né coda, sospiroso, piagnucoloso, zeppo di folklore, dove si manifesta un’Italia da Pane amore e fantasia, su cui pesa l’aggravante di un conduttore pieno di talento che lo butta via in quella sagra paesana. Lo so che fa ottimi ascolti, batte la concorrenza ed è arrivato alla duecentesima edizione, ma per un cittadino italiano sostenitore dell’indispensabilità del servizio pubblico ogni sera è una pugnalata al cuore.

d. Gli spot, quasi tutti, con qualche eccezione piacevole (Azzurro cantato dai passeggeri del treno Italo, per esempio). Certo, si sa che la pubblicità è un fastidio necessario e che non attraversa un momento felice. Ma quando vedo certi spot dei profumi o quello recente di un’auto italiana che, nella guida, ti procura emozioni stellari, penso che siamo ancora all’“uomo che non deve chiedere mai”, ben piantati negli anni ottanta e decisi a non venirne fuori.

E ora lasciamo queste tristezze e rendiamo merito a chi riesce a farcele dimenticare, dimostrando che anche tra queste brutture si può fare della buona tv, basta esserne capaci. Anche qui c’è un vincitore assoluto, per distacco.

E’ la serata di Raiuno di celebrazione del settantesimo della Liberazione condotta da Fabio Fazio da piazza del Quirinale, il 25 aprile. Teatro civile, narrazione, memoria, rito, luoghi simbolici, interpreti di alto livello culturale raccolti in due ore di televisione da consegnare direttamente alla storia, per giunta con ottimi ascolti, tanto per dimostrare che i telespettatori non sono così beceri come qualcuno li considera, anche quelli della prima serata.

E poi quattro perle a cui ognuno potrà assegnare il posto che ritiene consono:

a. Tanto per restare in atmosfera teatrale, cominciamo con l’Elisir d’amore ideato e realizzato in diretta da Rai cultura, nell’ambito delle manifestazioni dell’Expo, all’interno dell’aeroporto di Malpensa. Una proposta singolare, un po’ flash-mob, un po’allestimento d’avanguardia, spiazzante ma divertente, colorato, contagioso. Anche se il contagio non ha colpito molti telespettatori, un esperimento da ripetere.

b. Il giovane Montalbano perché fare un prequel di una fiction di grande popolarità, cambiando per di più l’attore protagonista, è impresa ardua, farne una seconda serie dopo il successo della prima, quasi una follia. Eppure tutto funziona: attori bravi, paesaggi bellissimi, storie incisive e mai prevedibili, malinconie e humor. Persino l’invito a sorbirsi il grappolo pubblicitario fatto in prima persona dal commissario – “nun cangiate canali” – è spiritoso, straniante, perché qui non ci sono quei “veri detective” americani sempre seriosi, pensosi e anche un po’ pallosi.

c. Il Calciomercato di Sky sport condotto da Alessandro Bonan perché è una bella sfida quella di rendere televisivo un oggetto che per definizione non è neanche visibile: le trattative del mercato calcistico che si svolgono in segreto. Ma raccontandone bene i contorni, riunendo in studio un gruppo di persone interessanti, scegliendo un tono un po’ stralunato tra l’esagerazione e lo scetticismo, ne viene fuori un teatrino dell’assurdo che riesce – si parva licet- a riproporre certe atmosfere da Quelli della notte.

d. La programmazione del canale Iris. Non solo per le rubriche curate da Tatti Sanguineti o per le sue corrispondenze dal festival di Venezia che tanto piacciono ai cinefili, ma soprattutto per la programmazione dei film in sé, per l’idea di organizzare serate tematiche dedicate a un regista o a un filone in base a criteri di attualità. Woody Allen compie ottant’anni e allora via con tutti i suoi film, Sorrentino è candidato all’Oscar e ci rivediamo tutti i suoi film precedenti, si avvicina il 25 aprile e passano i film sulla Resistenza. Una forma di intelligente sfruttamento e attualizzazione del magazzino, che ricorda la politica Rai dei cicli degli anni sessanta/settanta. A volte prima del film c’è persino la presentazione. Cosa volere di più?