Il 25 gennaio 2014, terzo anniversario della rivolta che rovesciò Hosni Mubarak, il diciottenne Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein scende ancora una volta in piazza al Cairo. È uno di quelli che non stanno né col generale al-Sisi, che ha preso il potere all’inizio di luglio del 2013, né con la Fratellanza musulmana del deposto presidente Mohamed Morsi. Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein è uno di quegli egiziani rimasti coerenti con la “rivoluzione del 25 gennaio” 2011.

Manifestazione Egitto

Sta tornando a casa su un autobus di linea. Nel quartiere nord-orientale di El-Marg, il mezzo viene fermato a un posto di blocco. Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein indossa una maglietta col logo della Campagna per una nazione senza tortura e ha intorno al collo una sciarpa con quello della “rivoluzione del 25 gennaio”. Non c’è motivo perché sia arrestato.

Chiede spiegazioni e viene picchiato da cinque agenti in borghese. Lo trascinano per i piedi in un commissariato nei paraggi, lo picchiano per altri 30 minuti, lo portano alla stazione di polizia di El-Marg e ricominciano a picchiarlo per un’ora: in Egitto questo trattamento è noto come “la festa di benvenuto”.

Viene chiuso in una cella con altre 50 persone. Potrebbero starcene al massimo 16. Gli altri detenuti, istigati dagli agenti, lo picchiano e lo minacciano. Passano altre tre ore e Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein viene portato in una stanza per essere interrogato. Un funzionario gli intima di “confessare” di fronte a una videocamera. Rifiuta. Nelle successive quattro ore viene torturato con la corrente elettrica sulle mani, sui piedi e sui testicoli.

Cede e si dichiara pronto a “confessare” quello che vogliono. Videocamera accesa: l’accusato “ammette” di far parte di un’organizzazione illegale, di aver posseduto bombe molotov e granate a mano, di aver preso parte a una manifestazione non autorizzata e di aver ricevuto del denaro per prendervi parte.

Il giorno dopo, nella sede della procura generale, Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein denuncia di aver “confessato” sotto tortura. Il magistrato non dispone accertamenti né esami medici. Viene rimandato per sei giorni nella cella sovraffollata della stazione di polizia di El-Marg, poi è trasferito nel carcere di Abu Zaabal dove riceve un’altra “festa di benvenuto”.

Ora si trova nella famigerata prigione di Tora. Vi resterà almeno fino alla fine dell’anno, quando dovrebbero scadere gli ulteriori 45 giorni di detenzione preventiva autorizzati dal giudice il 16 novembre.

Secondo la legge egiziana, una persona accusata di reati che comportano l’ergastolo o la pena di morte – quali quelli contestati a Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein – può essere trattenuta in detenzione preventiva per due anni.

Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein è un prigioniero di coscienza. Oltre 145.000 persone di 138 paesi hanno finora firmato la petizione di Amnesty International per chiedere il suo rilascio.