Evitare operazioni urgenti il sabato o ricordarsi quanto sia importante, per chi è ebreo, potersi lavare le mani in una caraffa prima dei pasti. E poi curare il rapporto con il defunto buddista, il cui corpo non deve e non può essere toccato per almeno 72 ore dalla morte per favorirne la rinascita. O ancora, lasciare tre giorni di tempo ai genitori sikh per pregare e scegliere il nome del proprio bambino. Sono queste alcune delle linee guida contenute nel libro Salute e spiritualità nelle strutture sanitarie, curato da Filomena Murreli e pubblicato dai centri di servizio per il volontariato del Lazio Cesv e Spes, in cui sono state raccolte molte raccomandazioni che aiuteranno volontari, medici e sanitari ospedalieri dell’Asl di Roma a interagire al meglio con il paziente e la sua cultura.

Il progetto pilota è partito alla Asl Roma E e questo volume (nato da un corso indirizzato agli operatori sanitari e del volontariato dell’area socio-sanitaria), è un vero vademecum d’accoglienza che, assicura Paola Capoleva, presidente Cesv, “non costituirà nessun intralcio alle prestazioni mediche. Anzi. In alcuni momenti fede e sentimento religioso potranno svolgere un supporto emotivo per le persone in particolari situazioni di difficoltà”. Ma è così importante la necessità di curare nel rispetto delle regole religiose? Sembrerebbe proprio di sì. “Oggi in Italia sono presenti circa 5 milioni di stranieri di 197 nazionalità diverse – racconta Paola Capoleva – e di questi, 2 milioni e mezzo sono cristiani, 1 milione e mezzo musulmani, 330mila di religioni orientali, 7mila ebrei e 230mila atei.

Il riconoscimento delle loro culture, del loro modo di alimentarsi, di gestire il dolore e la morte implica anche che gli operatori sanitari e i volontari siano formati adeguatamente ad assisterli e ad ascoltarli”. Sfogliando il volume si legge allora che sarebbe oppurtuno che a prestare cure sanitarie alle donne musulmane fossero medici donna oltre a fare attenzione alla prescrizione dei medicinali perché alcuni principi e alimenti sono vietati a chi professa la fede musulmana.

Ancora, il sanitario di turno deve sapere che se ha di fronte un paziente induista in stadio terminale deve limitare l’accanimento terapetico e ricordarsi che il fedele sikh non può seguire altra alimentazione se non quella vegetariana e indossare sempre un turbante, un bracciale di acciaio, un pettinino di legno che tenga i capelli a crocchia sotto il turbante, un paio di mutande larghe e un piccolo pugnale.

Agli ebrei, poi, bisogna permettere la sepoltura, in caso di decesso, entro le 24 ore dalla morte (che verrà accertata al massimo con un Ecg piatto per 20 minuti); mentre un paziente protestante potrebbe richiedere l’assistenza di un pastore o un diacono ma non gradirebbe di certo la presenza di un sacerdote. Sul cibo, infine, ogni credo ha i suoi precetti: si va da chi non può mangiare la carne e il pesce in determinati giorni della settimana a chi deve escludere determinati alimenti fino a chi può seguire solo una dieta a vegetariana. Riuscire a ricordarsi questi particolari per un volontario o un addetto socio-sanitario, precisa Paola Capoleva, “potrà costituire un miglioramento della qualità delle cure prestate ai pazienti che fino ad ora è stata prevalentemente rivolta ai pazienti italiani o stranieri di religione cattolica”. Le accortezze contenute nel volume, però, non sono dedicate solo agli stranieri. “Il testo – precisa la presidente Cesv- vuole essere una risposta anche della comunità italiana di diverso orientamento religioso”. Tutto questo nell’ottica di “ricordare come il principio di uguaglianza, espresso anche dalla Costituzione, inviti tutti ad una maggiore attenzione all’inclusione e al rispetto”.

Tra le richieste più comuni pervenute dai pazienti di credo religioso differente, almeno per quanto riguarda l’esperienza romana, la possibilità di avere un ambiente, diverso dalla chiesa, per raccogliersi in preghiera. Per questo, precisa la Capoleva, “si sta progettando di individuare nelle strutture sanitarie un luogo dedicato”. Spesso si tratta di procedure che non comportano un particolare dispendio economico, “come le richieste legate alle diverse diete alimentari”, precisa la presidente. Richieste che potrebbero essere anche adottate a livello nazionale. Certo è che ora a sperimentare e consolidare le linee guida, oltre all’Asl Roma E, sarà tutto il territorio della futura Asl Roma 1. “L’obiettivo è quello di estendere il modello a tutte le Asl del Lazio” conclude la Capoleva; mentre per un modello comune a livello nazionale poi si vedrà.