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Presto la lista dei controlli cui è necessario sottoporsi per entrare nel territorio degli Stati Uniti, potrebbe allungarsi ed il governo di Washington potrebbe riservarsi il diritto di passare al setaccio anche il profilo Facebook di chiede un visto per visitare il Paese.

E’ questa la proposta con la quale il Dipartimento per la Sicurezza statunitense sembra intenzionato a rispondere alle critiche seguite alla strage di San Bernardino dopo le rivelazioni secondo le quali una delle attentatrici aveva pubblicamente condiviso su Facebook la propria vicinanza agli integralisti dell’Is, giurando fedeltà al leader dei terroristi.

I contorni precisi dell’idea non sono ancora stati resi noti, ma il giro di vite sui controlli anche online per chi chiederà di entrare negli USA fa, naturalmente già discutere.

E, in effetti, pensare che per visitare la statua della Libertà e guardare da vicino la sua fiamma che avrebbe dovuto illuminare il mondo potrebbe essere necessario, di fatto, rinunciare completamente alla propria privacy e consegnare nelle mani delle agenzie di intelligenze statunitensi la propria vita in digitale sembra un autentico paradosso.

Ma sulla proposta – come ormai accade sempre più di frequente quando si parla di antiterrorismo – l’opinione pubblica negli Usa e fuori dallo Stato è divisa: da una parte chi non trova niente di strano a che l’amministrazione americana possa scandagliare i contenuti pubblici del proprio profilo Facebook sia perché si tratta di contenuti che si è scelto di condividere con il mondo intero e sia perché se si è una persona per bene non dovrebbe aversi niente da nascondere al governo e dall’altra chi, viceversa, sostiene che ci si ritrovi davanti ad un ennesimo episodio nel quale, con l’alibi della sicurezza interna e dell’antiterrorismo, le agenzie di intelligence finiranno con il comprimere la privacy dei viaggiatori diretti negli Usa.

La proposta del Dipartimento per la sicurezza di Obama, peraltro, arriva proprio mentre Facebook annuncia di aver deciso di rivedere una delle sue regole più radicate ovvero quella che obbliga i propri utenti ad utilizzare nome e cognome reali per iscriversi al social network.

Presto – hanno annunciato nei giorni scorsi gli uomini di Facebook – sarà possibile iscriversi anche utilizzando uno pseudonimo o, comunque, il nome con il quale si è conosciuti nella comunità di riferimento.

E, d’altra parte, l’attentatrice di San Bernardino che aveva giurato fedeltà su Facebook al capo dell’IS lo aveva fatto in un profilo con un nome diverso dal proprio.

Difficile, sulla base dei pochi elementi sin qui noti, dire se lo scrutinio, post per post e immagine per immagine che l’intelligence statunitense sta pensando di fare delle pagine Facebook – e naturalmente non solo Facebook – di chiunque atterrerà negli Usa possa davvero produrre risultati utili in termini di antiterrorismo mentre sembra evidente che l’eventuale implementazione dell’idea che rimbalza da Washington determinerà certamente una forte limitazione – se non addirittura un azzeramento – della privacy online dei viaggiatori diretti negli Stati Uniti.

E’, infatti, fuor di dubbio che perché un’analisi dei profili social di una persona possa consentire ad un’agenzia di intelligence di identificarla o meno come un elemento a rischio-vicinanza con ambienti terroristici non sarà sufficiente limitarsi ad una “lettura” di superficie ma sarà, al contrario, indispensabile incrociare ed analizzare una grande quantità di dati stratificatisi nel tempo.

Ma, per questa via, il governo saprà di una persona, attraverso il suo profilo Facebook, molto di più di quanto ogni altro semplice utente della piattaforma potrebbe scoprire navigando tra i contenuti da essa condivisi.

Senza contare il rischio – che appare enorme – dei “falsi positivi”, ovvero di centinaia di migliaia di persone che, probabilmente, condividono attraverso i propri profili social contenuti suscettibili di “far scattare l’allarme”, pur non avendo davvero niente a che fare con gli ambienti terroristici.

Ma la proposta del Dipartimento per la Sicurezza rischia, soprattutto, di avere un impatto, difficilmente prevedibile, sulle già difficili negoziazioni in corso tra Europa e Stati Uniti dopo che lo scorso 6 ottobre la Corte di giustizia dell’Unione europea ha annullato la decisione della Commissione che autorizzava il trasferimento dei dati personali dei cittadini Ue negli Usa, ritenendo questi ultimi un “approdo sicuro”.

Alla base della decisione vi era, infatti, proprio il rischio che i dati personali che gli utenti caricano su Facebook potessero poi finire nelle mani delle agenzie di intelligence statunitensi come raccontato da Eduard Snowden nel far deflagrare il datagate.

Ma a che serve preoccuparsi di ciò che Facebook potrebbe o non potrebbe vedersi costretto a raccontare alla Nsa di noi se, noi stessi potremmo presto dover accettare che il governo di Obama scandagli la nostra vita – almeno per come è raccontata attraverso i social – prima di lasciarci fare un giro a Liberty island?