“Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia: 

che quel paese appresso era sì grande,

il quale a un picciol tondo rassimiglia

 a noi che lo miriam da queste bande;

 e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,

s’indi la terra e ‘l mar ch’intorno

spande, discerner vuol;

che non avendo luce,

 l’imagin lor poco alta si conduce.”

(Canto 34° Orlando Furioso, Ludovico Ariosto)

 

Il libro Isolario arabo medievale di Angelo Arioli (edito da Adelphi) contiene già nel titolo le coordinate di un itinerario immaginifico che evoca tre universi: le isole, la Cultura araba e quel periodo storico tanto lontano da apparire indefinito, tanto misterioso da apparire indecifrabile, tanto ermetico da sembrare vago.

Intanto la Cultura araba è intesa dall’autore come potenziale narrativo che si sviluppa in quei navigatori e mercanti arabi del Medioevo che si spingono abilmente nel Mar delle Tenebre e dunque nell’Oceano per arrivare a lambire le coste dell’India e della Cina, ma anche ad approdarvi con gli occhi improntati allo stupore.

Si tratta di descrizioni di luoghi, di isole “miraggio”, di “isole” fantasticate, immaginifiche, più vicine agli approdi nel mondo onirico che alla vaga realtà. L’autore sceglie le descrizioni in lingua araba di dieci autori di cui si sospetta persino l’esistenza, ovvero autori di cui si hanno vaghe notizie biografiche, ma proprio perché di origine meno nota, le loro storie, cosmografie, geografie, descrizioni o narrazioni risultano essere ancora intatte, non intaccate da frequenti traduzioni e che non hanno perduto il candore originale di chi le ha composte.

Ecco che si viene anche all’etimologia dei vocaboli usati, pensando alla composizione di queste opere avvenute a opera di antichi navigatori e mercanti medievali più interessati ad annotare le loro fantasie e il loro desiderio di “affabulatori delle meraviglie” piuttosto che di cronisti attenti ai luoghi raggiunti per la prima volta.

Il vocabolo stesso che designa “autore” è in arabo mu’allif che letteralmente sta a indicare chi ha creato un’opera letteraria mentre in realtà si tratta di chi riferisce una storia narrata da altri. Si tratta di una composizione di storie ricevute, ascoltate, tramandate che vengono annodate su se stesse e dipanate continuamente sempre riferendole come depositate da altri. Un continuo travaso di storie che hanno in comune un unico modello, la cui impronta segna la trama di tutte le storie e chi le trasmette è l’intermediario di questo sapere che travasa.

Un autore in questo senso non è mai un creatore o un inventore chi avrebbe mai potuto contravvenire  al modello per eccellenza che era il Corano? Gli autori sono, dunque, coloro che selezionano i racconti e a loro volta li narrano ripercorrendo le rotte a ritroso e a ritroso non si può che percorrere la meraviglia.

Si tratta di tracciare l’itinerario geografico di una letteratura dell’insolito, del diverso, del curioso, del prodigioso. Un genere letterario molto diffuso nel Medioevo che sceglie l’isola come Terra di approdo e come meta del viaggio, un viaggio periglioso ma anche bramato,  inseguito come un desiderio, immaginato e poi vissuto.

L’isola d’altronde si è sempre prestata all’ideale di tutte le terre immaginifiche, perduta  in mezzo ai mari e gli oceani, staccata dai continenti come una realtà a se stante, distaccata e irraggiungibile e per questo meta di desideri e obiettivo di naviganti e navigatori. Un’isola, del resto, appare e scompare a seconda delle maree, può essere irraggiungibile se i venti sono contrari alla navigazione, può essere un miraggio addirittura, come accade per le Isole Mobili che appaiono  perdute nei deserti d’acqua mentre sono solo miraggi simili a quelli che si verificano  nei deserti di sabbia dove il sole trasforma le dune in una distesa di acqua tremula e brillante. E anche in questo caso l’autore Angelo Arioli coglie radici e frutti di una etimologia ricchissima in un vocabolo come sarab, termine che per il dizionario arabo ha origine persiana e per il dizionario persiano ha origine arabo e che significa “ ciò che si scorge di giorno..”, il miraggio appunto. Arioli ci consegna proprio il fascino di questa ricerca e di questo stupore legato ai termini, alla semiotica e all’etimologia.

Il tutto richiama la città invisibile di Despina descritta da Italo Calvino, la città del desiderio a metà tra il deserto e il mare, la città che se vista da una nave diretta verso terra è una città di marinai, se vista dal mare  è una città di cammellieri.

L’Isolario arabo medievale suscita in un certo senso la suggestione de Le città invisibili così come lo stesso Arioli individua nel gran viaggiatore in terra d’ Islam, Ibn Battùta, nato a Tangeri nel 1303 e morto tra il 1368 -1369, un’ affinità con Marco Polo. Anche Ibn Battùta attraversò l’Asia e arrivò in Cina annotando del suo viaggio notizie sugli usi e i costumi dei popoli incontrati lungo il suo itinerario, narrando le stranezze e le meraviglie, per poi affidare il suo racconto ad un uomo di penna.

E poi le descrizioni delle isole, isole come grosse testuggini, groppe di balene, isole del Pesce, Isola delle scimmie, isole in cui creature femminili simili a donne divorano gli uomini e non prendono ordini dai maschi…universi in cui gli abitanti hanno fattezze mostruose, vestono abiti di seta o solo pampini; fanciulle dalle belle sembianze che vivono sugli alberi; terre le cui montagne possono essere staccate come sassi e trasportate.

Una vera suggestione fatta di viaggi trasognati e immaginati, viaggi compiuti realmente in un tempo remoto e trasmessi in un tempo immemore che è quello umano del desiderio e della paura combattuta. Il desiderio di “seguir le virtù e le canoscenze” come volontà di debellare il brutto e l’infame e di approdare a quella terra promessa così difficile da raggiungere che è la dignità umana segnata solo nella cosmografia di un percorso stellare che l’uomo sublima da se stesso.