“Partito della nazione? No, della ragione. E se andassimo a votare oggi vinceremmo al primo turno”. Molte grida, molto ottimismo e molti applausi. Matteo Renzi ha chiuso la Leopolda delle polemiche con il suo intervento dal palco facendo lo slalom tra le critiche sul decreto Salva banche e la solidarietà detta a mezza bocca e senza fare nomi al ministro Maria Elena Boschi. Del resto il segretario e presidente del Consiglio sul palco della “sua” stazione, seconda casa e luogo di nascita, vuole la celebrazione del suo partito al governo. Che si parli dei successi e del futuro e che, detta alla Jovanotti (assente anche se la sua canzone dà il titolo alla manifestazione), si pensi positivo. Si è presentato con una cravatta rossa, se l’è tolta poco dopo nella foga. Per il segretario poco contano i sondaggi (il Pd oscilla da mesi tra il 33 e il 34 per cento), secondo lui se i cittadini andassero a votare oggi darebbero il loro voto con convinzione al Partito democratico che supererebbe il 40 per cento delle Europee 2014. “C’è tanta gente che guarda al Pd: parlano del partito della nazione. Ma semplicemente perché c’è tra tanti cittadini un partito della ragione, perché ci vedono alternativi al nichilismo e al disfattismo”. Se qualcuno ipotizza che la nuova legge elettorale con il ballottaggio renda difficile la vittoria dem al primo turno, il segretario ha detto di avere un’altra convinzione: “Io sono certo che noi non abbiamo bisogno di misure elettorali o di mancette perché se si votasse oggi noi vinceremmo con percentuali superiori a quelle delle Europee”. Segue la standing ovation della folla che Renzi chiama “quelli della Leopolda”, che sono così: “Gente concreta e che o ha i risultati o se ne torna a casa”. Quegli stessi che tra i comizi di ministri e società civile hanno trovato il tempo di votare al referendum Scegli il peggior titolo di giornale“, dove ha vinto Libero (subito dietro il Fatto Quotidiano), ma dove hanno perso i renziani che tanto parlavano in passato di libertà.

La tre giorni renziana è stata oscurata dalle polemiche per il decreto Salva banche e le accuse di conflitto di interessi al ministro Boschi. “Siamo stati noi a dire che serviva un sistema bancario con meno banche più grosse”, ha replicato Renzi dal palco, “potete dirci tutto, ma non che c’è favoritismo in questo governo. Sì alla commissione di inchiesta sulle banche, lo dico a nome del governo e del Pd: non abbiamo nessuno scheletro nell’armadio. Chi parla di favoritismo sta insultando persone perbene. Chi ha sbagliato e truffato pagherà”. Sabato 12 dicembre su quello stesso palco ha parlato la Boschi, senza rispondere a nessuna delle accuse e soprattutto tacendo sulle parole dello scrittore Roberto Saviano che ne ha chiesto le dimissioni. Il segretario in quell’occasione non si è visto e per molti è stato un modo per scaricarla. “A polemiche e retroscena rispondo con il sorriso”, ha detto invece oggi Renzi. “Non ci avrete amici: non sciupiamo l’Italia su polemiche autoreferenziali“. Il premier ha anche rievocato le parole del ministro dell’Economia Padoan: “Il nostro sistema bancario è più solido di quello tedesco”. E sul suicidio del pensionato che in una lettera ha accusato Banca Etruria ha detto: “Chi pensa di strumentalizzare la vita delle persone deve fare pace con se stesso, ma chi pensa di strumentalizzare la morte delle persone personalmente mi fa schifo. Le polemiche politiche si fanno a viso aperto”.

Se Renzi si è astenuto dal nominare e difendere apertamente la Boschi, si è invece schierato pubblicamente con il padre Tiziano, indagato a Genova per bancarotta fraudolenta nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento di una società. “Mio padre 15 mesi fa si è sentito crollare il mondo addosso”, ha detto, “perché ha ricevuto un avviso di garanzia, propri a lui che ha sempre parlato di onestà, di Zaccagnini, di scoutismo… Tutti noi, figli e nipoti, gli abbiamo detto ‘nessuno dubita di te’. Però i giornali… Io gli ho detto: zitto e aspetta”. Il premier ha quindi ribadito di rispettare il lavoro dei giudici: “Sono passati 15 mesi e la procura per due volte ha già chiesto l’archiviazione. Quindi secondo i magistrati inquirenti non c’è nulla, nessun reato. Eppure mio padre è sempre lì e passerà il secondo Natale da indagato. Io da presidente del consiglio dico che sono orgoglioso della magistratura e sono onorato che i pm studino con attenzione tutti i casi che devono esaminare. Non dirò mai una parola contro i magistrati, nei confronti dei quali ho la massima fiducia e mio padre continuerà ad avere l’affetto della sua famiglia e dei suoi amici. Non consentiremo a un titolo di giornale di cambiarci la giornata. La verità e il tempo sono nostri alleati”.

Durante il discorso il segretario non si è risparmiato la stoccata per chi nel Pd e fuori ha criticato la decisione della kermesse di evitare i simboli. “Chi voleva le bandiere qui”, ha detto, “ora ha lasciato il partito. Abbiamo vinto lo stesso, la bandiera ce l’abbiamo tatuata nel cuore, ma rivendichiamo questo spazio di libertà”. Renzi ha iniziato parlando del progetto secondo lui riuscito della “rottamazione“: “Abbiamo rovesciato il sistema più gerontocratico d’Europa”, ha detto. Per poi dare anche un orizzonte temporale al suo lavoro: “Qui alla Leopolda c’è una generazione di giovani che ci rottamerà. Io dico: benvenuti. Non la facciamo per sempre la politica ma quando la facciamo la facciamo a viso aperto, con entusiasmo, poi però andiamo a casa”. Stabilità e futuro sono le parole del ritornello del leader: “Abbiamo dato stabilità al Paese che ne aveva meno nel nostro continente. Abbiamo portato un partito politico a essere non il più votato in Italia, ma in Europa. E non ci avrebbe scommesso nessuno, neanche io. Tutto è nato da un’intervista, di rabbia e di frustrazione. Lì per la prima volta abbiamo parlato di rottamazione e quell’intervista è diventata un progetto politico. Un gruppo di cittadini e di cittadine ha deciso”. E come da copione: “C’è un grande insegnamento che viene dalla Leopolda, l’idea che in Italia le cose possono cambiare. L’idea dell’Italia che rimane sempre la stessa è stata mandata in cantina per sempre”. Secondo il presidente del Consiglio l’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica è stato il “nuovo inizio per l’Italia”. In quell’occasione il Parlamento identificato come quello dei 101 traditori di Prodi, ha saputo ricompattarsi. Il segretario del Pd ha detto che il segreto del governo è quello di aver “investito sugli italiani”: “E’ necessario passare dal tempo dell’invidia al tempo dell’ammirazione”.

Renzi parlando ai suoi ha anche difeso quelli che lui ritiene i risultati più importanti dell’esecutivo. Primo fra tutti: il Jobs act. “Se la disoccupazione era al 13,2 per cento”, ha detto, “ed ora è all’11,5 per cento, possiamo essere contenti o dobbiamo essere con la faccia corrucciata a martellarci… diciamo i piedi?”. Poi ha parlato del presunto successo nella lotta al precariato: “Nello sciopero generale dello scorso anno ci hanno detto che avremmo reso i giovani più precari. Oggi scopriamo che hanno diritto a un contratto e c’è un +94 per cento di mutui. Sarà tutto fattore C. o c’è anche che abbiamo fatto bene qualcosa?”. E infine naturalmente l’abbassamento delle tasse: “Abbiamo fatto un’operazione talmente straordinaria da rasentare l’ambizione. Stiamo buttando giù le tasse, è la prima volta che accade. Ci avevano detto che gli 80 euro erano una mancia elettorale, erano quelli che erano pieni di soldi. Quando le famiglie hanno visto che restavano hanno iniziato a spenderli e i consumi per la prima volta sono tornati a crescere”. In chiusura, la questione meridionale: “Il Sud ha tutto per risollevarsi. E’ il momento di dire basta con le chiacchiere. Chi ha il coraggio e la forza di intervenire lo faccia anche perché governiamo tutte le regioni. Se a questo giro non ce la facciamo con che faccia ci ripresentiamo alle prossime Regionali?”.

Applausi, standing ovation della platea. Nel discorso del segretario e anche presidente del Consiglio tutto è “meraviglioso, bellissimo e ambiziosissimo”. Renzi gioca in casa e davanti agli amici esce tra le acclamazioni ed esaltando la sua “generazione Leopolda”: “Noi siamo fatti così: o puntiamo in alto, oppure non ci piace. Noi le cose le facciamo perché ci crediamo, perché siamo certi che sia l’unico modo di farle”. Parte la musica, lo raggiungono i volontari e si chiude il sipario.