Il portiere matto, il “buen retiro” cinese di Scolari, il Guardiola d’Oceania. Il Mondiale per Club 2015 è la coppa dell’altro mondo, molto più che di Barcellona e River Plate, finaliste (quasi) scontate di una competizione che non ha più il prestigio di una volta. Giunta alla nona edizione, la Coppa del Mondo per club Fifa (che ha sostituito la vecchia Intercontinentale e i tentativi di riorganizzazione che ne erano seguiti) ha un format ormai consolidato a sette squadre: si qualificano le vincitrici delle coppe dei vari continenti, più la squadra campione del Paese ospitante (quest’anno di nuovo il Giappone, dopo una parentesi di due stagioni in Marocco). Turno preliminare fra quest’ultima e la vincitrice dell’Oceania, quindi quarti di finale, semifinali (dove entrano in scena la vincitrice della Champions League e della Libertadores) e finale.

Le grandi attese sono il Barcellona (favorito d’obbligo) il River Plate, rinato sotto la guida di Marcelo Gallardo. Ma la competizione, che non ha più il fascino passato della sfida fra scuola europea e sudamericana, sarà soprattutto la vetrina per altre realtà della periferia del globo del pallone. In cerca di sorprese che non sono mancate nelle ultime edizioni: come il Raja Casablanca, che nel 2013 superò l’Atletico Mineiro per arrendersi solo in finale al Bayern Monaco. O l’Auckland City, terzo nel 2014. Mai nessuna squadra che non fosse di Europa o Sudamerica è però mai riuscita ad alzare la coppa. Quest’anno potrebbe riprovarci il Mazembe, nome noto e caro soprattutto ai tifosi dell’Inter: i congolesi furono gli avversari in finale dei nerazzurri del Triplete che vinsero l’edizione 2010.

Dopo quell’exploit, tornano a distanza di cinque anni. Ed in porta, oggi come allora, c’è sempre Rob Kidiaba, portiere icona del calcio congolese, 39 anni, famoso per i suoi balzi tra i pali ma soprattutto per le sue esultanze a “tape-cul” (letteralmente “colpo di culo”), saltellando sul fondoschiena nella propria area. La squadra africana è dalla parte del tabellone del River Plate: sfiderà i vari Saviola, Vangioni e Kranevitter (nuovo talento del calcio argentino) puntando su atletismo e sulla velocità di Mbwana Aly Samatta, ragazzino venuto dalla Tanzania e autore di 8 gol nell’ultima Champions d’Africa. È lui la stella del Mazembe. Ed è costato appena 100mila dollari.

Dall’altra parte, invece, quella del Barcellona, c’è un santone del calcio carioca. Luiz Felipe Scolari allena il Guangzhou che fu già di Marcello Lippi e Fabio Cannavaro. È scappato in Cina per dimenticare i fantasmi del Mineirazo, cercando rifugio nella lontananza (e nei milioni, visto il lauto ingaggio che gli garantisce la società). La squadra di Canton, però, potrebbe essere l’outsider del torneo, almeno per il terzo posto: in rosa, infatti, accanto a tanti giocatori locali, sono arrivate vecchie glorie brasiliane come Robinho, o Paulinho, ancora giovane ma in cerca di riscatto dopo anni difficili. Nei quarti affronteranno i messicani dell’America, club più vincente del Centroamerica che torna al Mondiale dopo 9 anni.

Intanto il torneo, che è cominciato stamattina, ha già riservato la prima sorpresa: l’Auckland City è stato battuto 2-0 dal Sanfrecce Hiroshima, squadra campione del Giappone. E pensare che gli australiani si presentavano forti dello storico terzo posto dello scorso anno. E della sapienza tattica di Ramon Tribulietx, il “Guardiola dell’altro mondo”. Catalano e mago della panchina come Pep, 43 anni, è emigrato in Australia quando ne aveva 28 e non è più tornato. Prima calciatore, poi allenatore, in Oceania ha vinto tutto e ha conquistato persino una medaglia olimpica (il bronzo) alla guida della nazionale femminile del Canada ai Giochi di Londra 2012. Nel playoff, però, ha dovuto cedere il passo al Sanfrecce. Giapponesi dal nome italiano, cinesi e congolesi, africani, messicani e argentini: nel Mondiale per club ci credono tutti. Ma alla fine vinceranno Messi, Neymar e compagni.

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