Verrà estradato e processato in Italia Hanefija Prijic “Paraga”, il militare bosniaco ricercato dalle autorità italiane per la strage di Gornji Vakuf in cui il 29 maggio 1993 vennero trucidati i tre volontari bresciani Guido Puletti, Sergio Lana e Fabio Moreni. Il Tribunale di Dortmund ha deciso per l’estradizione del comandante Paraga, arrestato lo scorso 27 ottobre all’aeroporto di Dortmund dalla polizia tedesca, dopo la richiesta inoltrata dalla Procura generale di Brescia. La magistratura tedesca ha quindi rigettato l’eccezione del “ne bis in idem”, secondo cui Hanefija Prijic non poteva essere processato due volte per lo stesso delitto, avanzata dal legale del militare bosniaco, Almin Dautbergovic.

Paraga, già condannato per l’eccidio a 13 anni in appello nel 2002 da un tribunale bosniaco, ha scontato alcuni anni di detenzione in Bosnia e ha potuto poi godere di un regime di semilibertà. Al processo, radicato dall’Aia nella città bonsiaca di Travnik, il militare non ha mai risposto alle domande dei giudici sugli esecutori materiali della strage e non ha mai spiegato perché diede l’ordine di sparare contro i volontari italiani. Ricercato su ordine dalla magistratura bresciana, che ha emesso un mandato di cattura europeo confermato poche settimane fa dal sostituto procuratore Silvia Bonardi (ma il procedimento era sospeso perché il ricercato risultava detenuto in altro Paese), Prijic potrebbe essere trasferito nelle carceri italiane già entro la fine dell’anno e processato a Brescia.

“Sulla strage avvenuta il 29 maggio ’93 sappiamo praticamente tutto – spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Rossini dell’Osservatorio Balcani e Caucaso – perché l’hanno potuto raccontare i due sopravvissuti, Agostino Zanotti e Cristian Penocchio. Ma resta ancora un mistero, che potrà forse essere chiarito nel processo di Brescia: perché li hanno uccisi?”. I tre volontari Puletti, Lana e Moreni, partiti da Ghedi (Brescia) il 28 maggio ’93 con un convoglio umanitario carico di generi alimentari diretto a Zavidovici, nella Bosnia centrale, vengono fermati nel pomeriggio del giorno seguente sulla “strada dei diamanti” tra Gornji Vakuf e Bugojno dai “Berretti Verdi”, truppe comandate da Paraga strettamente collegate all’Armija, l’armata regolare dell’esercito bosniaco mussulmano. Dopo averli derubati e trasportati in una zona isolata di montagna, su ordine di Paraga, i militari “cominciavano a sparare – si legge nella richiesta di arresto firmata nel ’96 dal pm bresciano Antonio Chiappani – da prima per terra, come se volessero far accelerare l’andatura degli italiani, poi direttamente contro costoro, che nel frattempo si erano messi a correre, cercando una via di scampo”. I primi a cadere sono Guido Puletti, Fabio Moreni e Sergio Lana, mentre Agostino Zanotti e Cristian Penocchio riescono a gettarsi nella vegetazione: verranno ritrovati e tratti in salvo dopo due giorni dai militari dell’Unprofor.

Nelle carte dell’inchiesta della Procura di Brescia, condotta dai pm Paola De Martis e Antonio Chiappani, emergono subito notevoli difficoltà nel ricostruire l’accaduto. La dinamica della strage, sottolinea il pm Chiappani, è stata accertata “grazie alla collaborazione di giornalisti corrispondenti di guerra che erano stati presenti in Bosnia nel periodo in cui era avvenuto l’eccidio” e non in virtù dell’aiuto fornito dalle autorità italiane. All’epoca furono “vani tutti i tentativi – racconta il pm – di acquisire in modo formale presso il Ministero degli Esteri le generalità dei colpevoli della strage”. E quando la Farnesina riesce a recuperare un filmato in cui era ripreso l’autore della strage, la videocassetta viene addirittura “consegnata a Zanotti (uno dei sopravvissuti, ndr), anziché all’Autorità Giudiziaria, da parte del Ministero degli Esteri”.

L’unico contributo “importante”, anche se informale, venne fornito dal delegato diplomatico italiano in Bosnia Erzegovina, l’ambasciatore Vittorio Pennarola, che riuscì a contattare il ministro degli Esteri Irfan Ljiubijankic e a consegnargli le fotografie degli autori dell’eccidio: “Quest’ultimo aveva assicurato la propria disponibilità a fornire elementi utili alle indagini – scrive ancora il pm Chiappani – ma sfortunatamente, di lì a poco, l’elicottero sul quale viaggiava era stato abbattuto ed egli era morto”. Tutte vicende su cui il processo di Brescia forse potrà fare luce. Per stabilire la verità sull’inspiegabile esecuzione a freddo di tre volontari, evento caratterizzato secondo gli inquirenti da “unicità e peculiarità assolute” nel contesto della guerra bonsiaca, e rispetto a cui il governo italiano ha mostrato più di una “titubanza” a collaborare con la magistratura.