Lo guardai negli occhi, e lo vidi. Vidi il velo dell’indifferenza, vidi che la luce dell’amore e della fiducia nell’amicizia reciproca non splendeva più come prima. Vidi il sottile cambiamento dell’aura di affetti che si crea quando chi è ancora chiuso in un luogo guarda negli occhi di chi vive all’esterno. Avevo trovato una casa, una casa diroccata, nella sanjay Company, ma le porte si erano chiuse per sempre. Amavo Abdullah, ma l’amore è lealtà per una sola persona, e lui era ancora in un gruppo di fratelli, leali gli uni agli altri. Per quello avevo aspettato a dirglielo, e mi ero lasciato trasportare da altre correnti: l’intelligenza tagliente nello sguardo dolce di Karla e la follia marziale di Concannon. (…) E il mio amico, gli occhi che vagavano lontano, mi guidò al sentiero che portava a valle, mentre il tuono rombava in un mare minaccioso, il cielo che stava per sommergerci.

Ritorna nelle librerie, dopo più di dieci anni dal grandissimo e meritato successo di Shantaram, lo scrittore australiano Gregory David Roberts con un nuovo affascinante e monumentale romanzo, L’ombra della montagna (pubblicato in Italia, come il precedente volume, da Neri Pozza Editore e tradotto dall’inglese da Vincenzo Mingiardi). Personalmente, prima di iniziare la lettura, ero molto scettico: Shantaram è un testo che mi ha cambiato la vita e che mi ha regalato emozioni viscerali (arrivai al punto di mandare una mail all’autore, contrariato da un suo nodo narrativo a metà romanzo, e di sbronzarmi pesantemente dopo la morte del buon Prabaker e della discutibile scelta amorosa di Karla), e il timore che l’autore non riuscisse a ridarmi quella magnifica sensazione di liberazione che solo i romanzi migliori sanno dare, era forte. Invece L’ombra della montagna è un libro bellissimo, scritto in modo avvincente e avvolgente che diventerà, immagino, come il suo predecessore, uno dei testi fondamentali di questo inizio millennio.

Certo, per i lettori affezionati lo stupore di fare la conoscenza di personaggi indimenticabili quali sono Lin, Abdullah, Karla, Madame Zhou non c’è più, ma la narrazione filosofica, a volte adrenalinica di Roberts riesce a dar loro nuova linfa, creando il seguito adeguato alle loro storie. Lin, dopo la morte del suo “maestro”, Khaderbahi, e le vicende afghane, è tornato a Mombay (all’epoca dei fatti narrati ancora chiamata Bombay) dove si imbatte in un irlandese senza scrupoli e dal torbido passato, Concannon, che lo coinvolge in una guerra senza esclusione di colpi tra l’organizzazione criminale della Sanjay Company e una nuova banda che cerca di farsi strada nella megalopoli indiana: gli Scorpions. Lin scenderà ancora una volta negli abissi della follia umana, del tradimento e dell’orrore e vedrà coinvolti tutti i suoi amici, i suoi “fratelli” e le donne del suo cuore, l’ingenua e quasi angelica Lisa e soprattutto Karla, uno dei personaggi femminili più riusciti della letteratura contemporanea, che anche in questa nuova avventura porta all’estremo contraddizioni, slanci e pulsioni originali e di grande fascino.

Ne L’ombra della montagna ci sono tutti i suoni, i colori, gli odori dell’India. Ci sono i ricchi con smisurate ambizioni politiche, la maggioranza delle persone umili e buone, locali, angoli e strade percorse da una folla chiassosa e ammaliante, ci sono scene di disperazione, discussioni filosofiche, rimandi all’Eneide e ai grandi classici epici dell’induismo, c’è una continua, costante ricerca dell’amore visto come il sentimento più puro, salvifico, strada maestra per chi nella vita continua, malgrado tutto, a commettere sbagli. E c’è una profonda umanità nel modo di scrivere di questo autore che non abbandona mai, nemmeno nelle pagine più cupe della storia, la scelta del cammino, della forza indistinguibile del viandante, o meglio, dello Shantaram, l’uomo della pace di Dio.

La luce del giorno sorse sugli edifici a oriente, i veli d’ombra si sollevavano lentamente sulle facciate. Qualche cane latrava, smanioso di tornare in azione. Stormi di piccioni mettevano alla prova la propria abilità piombando verso il marciapiede come il lembo della veste di una danzatrice, per poi librarsi di nuovo e scomparire nel cielo. Ero un corteo funebre formato da una sola persona. Ogni colpo echeggia nella foresta del cuore. Ogni ingiustizia recide un ramo, e ogni lutto è un albero abbattuto. Teniamo duro: è il nostro meraviglioso coraggio, la speranza che distingue la nostra specie. Andiamo avanti, nonostante tutte le ferite che ci infligge l’esistenza. Camminiamo. Volgiamo il viso al mare, al vento, alla verità acre di salsedine della morte, e procediamo.