(foto © Leonello Bertolucci)

 

Giorni fa ero tra musicisti che parlavano, e si accapigliavano, sul tema dell’orecchio assoluto.
Io, silente e molto interessato, ascoltavo.
La maggior parte di loro asseriva che nascere – e sottolineo nascere – con l’orecchio assoluto è una grande sventura. In estrema sintesi, chi ha l’orecchio assoluto, di ogni suono riconosce infallibilmente le caratteristiche: fin da bambino, un orecchio assoluto scompone la realtà dei suoni che ci circondano in note, altezze, ecc. Il che – sostenevano i miei amici musicisti – finisce talvolta per diventare un’ossessione, precludendo tra l’altro la possibilità di godersi – per restare in campo musicale – un concerto o un’esecuzione: infatti ogni minima sbavatura, anche il più impercettibile errore che sfugge agli altri, guasta la festa al possessore dell’orecchio assoluto.

Rientrando in auto da quella serata, una domanda improvvisamente mi ha tagliato la strada: esiste anche, analogamente, l’occhio assoluto?
Questa definizione “visiva” mutuata dall’udito, è stata talvolta usata e applicata ad autori come Cartier-Bresson (altrimenti definito “occhio del secolo”) ed è diventata addirittura il titolo di un libro (L’occhio assoluto. Fotografie e taccuini di Bruce Chatwin), corredato da numerose foto di viaggio dello scrittore inglese. Anche in questo caso, come per HCB (e fatte le dovute proporzioni…) il rimando è a una capacità compositiva stupefacente quanto istintiva.
Un occhio, dunque, in grado di soppesare masse, forme, geometrie, toni, equilibri e in una frazione di secondo restituirci uno spicchio di perfezione. Lo ha teorizzato in maniera molto nitida proprio Cartier-Bresson affermando: “Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un fatto e l’organizzazione rigorosa delle forme percepite visualmente che esprimono e significano quel fatto”.

chatwinCercando una risposta, io mi dico però che l’occhio assoluto – come parallelo visivo dell’orecchio assoluto – non esisteNessuno mette in discussione che alcuni abbiano l’innata capacità di organizzare con gusto ed equilibrio i “pezzi” che una scena offre loro, e che sappiano individuare il “momento decisivo” come sintesi e coagulo di un evento (e anche su questo ci sarebbe molto da dire…), ma tutto ciò resta una meravigliosa scommessa
individuale che si propone ogni volta sempre nuova e imprevedibile.

In musica un “do” è un “do”, un “sol” è un “sol”, il che non ha alcun corrispettivo in fotografia. C’è un codice, un parametro, un dato, che prima di essere la Quinta Sinfonia di Beethoven o il cinguettio di un usignolo, è una sequenza di note.
Dunque le note, sullo spartito, si possono scrivere, si possono eseguire, e l’orecchio assoluto le decodifica “scientificamente”.
Anche in musica, naturalmente, chi esegue un pezzo ci mette del suo in termini interpretativi, ma sempre dentro un binario predeterminato da chi quella partitura ha composto.

In fotografia manca questa riconducibilità a un codice, a un dato “uguale per tutti”. Non parliamo di creatività, non parliamo di talento, vogliamo solo dire che l’occhio – è proprio il caso dire – naviga a vista.
Uno strumento musicale si può accordare, e subito dopo quel tasto o quella corda emetterà esattamente quella nota. Non si può accordare in nessun modo una macchina fotografica, e si perdoni la semplificazione.

Tutto, in fotografia, resta nel campo dell’opinabile, del soggettivo, e dunque esiste piuttosto un ”occhio relativo” che può esprimere solo una personale, personalissima sensibilità.
Nulla di assoluto, insomma, e aggiungo per fortuna.
Scampato pericolo, dunque?
Mica tanto: l’ossessione della visione esiste comunque, e anche se l’occhio del fotografo non può essere assoluto, è in ogni caso un “mostro” sempre dannatamente insaziabile.

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