Mentre le quotazioni del petrolio crollano al livello minimo dal 2009, l’Italia rimane ai vertici della classifica dell’Unione europea per i prezzi di benzina e gasolio. A rilevarlo è il Codacons, che ha annunciato un esposto alla Commissione Ue e all’Antitrust italiano “affinché si faccia luce sulla dinamica dei listini dei carburanti nel nostro Paese”. Dove, come è noto, sullo scontrino finale che le pompe di benzina presentano agli automobilisti pesano come macigni le accise. Con una media di 1,340 euro per un litro di gasolio, l’Italia “si piazza al secondo posto della classifica Ue dove il diesel costa di più”, fa i conti l’associazione dei consumatori, “peggio di noi solo il Regno Unito” (1,543 euro al litro). Un litro di benzina, invece, “costa il 20% in più rispetto alla media Ue”: con 1,475 euro al litro, infatti, la Penisola si trova in quarta posizione dietro a Paesi Bassi (1,545 euro/litro), Regno Unito (1,502 euro/litro) e Danimarca (1,499 euro litro), dove tuttavia il reddito medio è assai più alto.

Allineamento lento – Si tratta di “una differenza inaccettabile, causata in parte da una tassazione eccessiva, in parte da un allineamento troppo lento dei listini alle quotazioni del petrolio“, denuncia il presidente del Codacons Carlo Rienzi. Facendo un esempio pratico, secondo Rienzi chi è partito in auto per il ponte dell’8 dicembre riceverà “una stangata pari a 30 milioni di euro solo per i rifornimenti di carburante”, a causa del mancato ribasso dei prezzi alla pompa.

Barile sotto i 40 dollari dopo il nulla di fatto dell’Opec – Il tutto mentre, appunto, il costo del barile è sceso a picco dopo il nulla di fatto durante la riunione dell’Opec di venerdì scorso. I ministri dei 13 principali Paesi produttori non sono riusciti a raggiungere un accordo sul taglio dei livelli di produzione, come invece speravano i mercati. L’organizzazione ha rinviato la decisione al 2 giugno 2016, ma la mossa è interpretata come un sostanziale addio alle quote: un liberi tutti. Martedì il brent è scivolato per la prima volta dal febbraio 2009 sotto quota 40 dollari al barile, contro i 56 dollari dello scorso gennaio, mentre il Wti, che all’inizio dell’anno si attestava intorno ai 52 dollari, è sceso a 36,9. Attualmente la produzione è eccessiva rispetto alle necessità del mercato, diminuite in seguito alla crisi e alla diffusione degli idrocarburi non convenzionali. Di qui il continuo calo dei prezzi. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, parlando a margine della Conferenza Onu sul clima ha riconosciuto che l’attuale livello “non è più un’anomalia”, siamo entrati “in una fase strutturale di prezzi bassi”, che si dovrebbe protrarre anche il prossimo anno e “probabilmente per un altro anno” cui le aziende si devono adattare, non solo tagliando investimenti e costi.