Era finito in manette nei primi giorni d’agosto e subito aveva allertato i familiari: dovevano vendere prima possibile tutto quello che possedeva, in modo da neutralizzare un possibile sequestro. Domenico Scimonelli, però, non ha raggiunto il suo obiettivo: e anche i suoi supermercati Despar sono stati sigillati nell’operazione che ha portato al sequestro di beni per 13 milioni di euro. Un patrimonio che per gli investigatori della procura di Palermo era nelle disponibilità di Matteo Messina Denaro, l’ultimo super latitante di Cosa nostra.

Era per finanziare la sua latitanza che Scimonelli creava continuamente nuove società, alle quali venivano intestate decine di carte di credito: l’ipotesi degli investigatori è che finissero poi nelle disponibilità della primula rossa di Cosa nostra. Ma non solo. Perché a differenza di Vito Gondola, Pietro Giambalvo e Michele Gucciardigli altri destinatari del provvedimento di sequestro e tutti finiti agli arresti ad agosto scorso– Scimonelli non era un vecchio padrino, un boss pastore della mafia arcaica che alternava i summit con la cura del proprio allevamento. Scimonelli, al contrario, era il prototipo del colletto bianco: viaggiava di continuo tra Roma, Milano e la Svizzera, gestiva gli affari dei suoi supermercati e della sua azienda vinicola, la Occhio di Sole, premiata anche al Vinitaly, incontrava persino funzionari del ministero dello sviluppo economico, per tentare di ottenere un finanziamento pubblico. Poi all’improvviso ricompariva in Sicilia, in qualche desolato appezzamento di terreno nella provincia di Trapani, dove incontrava gli anziani boss con i quali scambiava i pizzini con gli ordini di Messina Denaro.

Ed è per questo motivo che gli investigatori sospettano che quei biglietti ripiegati decine di volte arrivassero in Sicilia proprio tramite Scimonelli. Una pista che porta implicitamente a sostenere come Messina Denaro non si trovi più sull’Isola, ma da qualche parte nel nord Italia. Ipotesi ventilata anche da due uomini d’onore, intercettati durante i mesi estivi da polizia e carabinieri. “Io – dice uno dei boss – sono del parere che questo (ovvero Messina Denaro ndr) qualche giorno, a meno che non lo abbia già fatto, si ritira e gli altri vanno a fare cose a nome suo quando lui oramai non c’è più qua, sa dove minchia se ne è andato, non c’è nessun accenno, Dico, un accenno che sei presente. O no? Niente”. Gli inquirenti valutano molto seriamente lo sfogo dei due boss.

I pm guidati dal procuratore aggiunto Maria Teresa Principato stanno provando a risolvere anche un altro rebus: quello delle carte di credito utilizzate dal boss di Castelvetrano. In Svizzera, infatti, Scimonelli provava a creare nuove società, intestate a cittadini elvetici, che non fossero attive su nessun fronte ma che s’intestassero nuove carte di credito. Come dire che Messina Denaro si sposta e paga i suoi conti grazie ad una carta estera intestata a qualche ignoto imprenditore svizzero. L’operazione di oggi punta a stringere per l’ennesima volta il cerchio attorno all’uomo più ricercato d’Europa: appena due mesi fa erano stati sequestrati i beni della sorella di Messina Denaro, Patrizia, che prima di finire in manette, gestiva la famiglia mafiosa di Castelvetrano. Ad agosto era quindi stata la volta delle proprietà di Gaspare Como, cognato del boss latitante, che gestiva alcuni negozi di abbigliamento. Risale al dicembre 2014, invece, l’ultima maxi operazione a sette zeri: i sigilli erano scattati per lavori edili disseminati in mezza Sicilia, cantieri giganteschi che avrebbero dovuto partorire centri commerciali, persino villaggi turistici da costruire per la Valtur. Un patrimonio del valore di 20 milioni di euro, saldamente in mano al padrino di Castelvetrano, che ha ormai dimostrato di avere una predisposizione naturale per gli affari, sopratutto quelli puliti e insospettabili. Almeno fino al prossimo sequestro.