Toh, era innocente. Molti ricorderanno il drammatico caso di Daniele Bosio, ex ambasciatore italiano in Turkmenistan, arrestato a Manila nell’aprile 2014 mentre era in vacanza sotto l’infamante accusa di traffico e abuso di minori. Ricorderanno anche che proprio qui sul Fatto scrissi una lettera aperta a Federica Mogherini, all’epoca ministro degli Esteri, per chiederle di “seguire” con estrema attenzione la vicenda, che puzzava, e molto, sin dall’inizio. E se Bosio fosse innocente? avevamo titolato.

Bene, dopo quasi due anni di detenzione prima, arresti domiciliari e liberà vigilata poi, dopo innumerevoli rinvii e udienze “in bianco”, ricusazioni, confessioni e ritrattazioni, strumentalizzazioni varie, Daniele Bosio è stato assolto. Non luogo a procedere oltre: il giudice, a processo ancora in corso e prima ancora di sentire le arringhe della difesa, ha mandato tutti a casa. In aula ha addirittura rimproverato l’accusa: “Se quello che avete da dire è tutto qui, potevamo risparmiarci tutto questo tempo. Il processo finisce qui”. In Italia non si può metter fine ad un processo in questo modo, prima che sia finito il dibattimento, ma nelle Filippine sì, una norma del codice di procedura penale lo prevede, quando l’accusa dimostra palesemente di non avere elementi. E meno male. Perché al povero Daniele Bosio risparmiarsi anche pochi giorni, poche ore di questo calvario non può che avergli fatto bene.

Inutile qui ripercorrere la vicenda. Fondata sull’evidente “malinteso” (chiamiamolo così) in cui sono incorse due volontarie a caccia di mostri, di una gestione iniziale maldestra – per non dire peggio – da parte dell’ambasciatore italiano a Manila, Massimo Roscigno (che non solo non si fece trovare per oltre 24 ore, ma indicò a Bosio il nome di un avvocato civilista totalmente ignaro di procedura penale) e di una buona dose di leggerezza, ingenuità, forse anche scempiaggine da parte dello stesso Bosio. Qualcuno, anche tra i suoi amici, lo definì, all’epoca, un cretino. E allora? Uno va messo in carcere, umiliato e additato al pubblico ludibrio solo perché è un “cretino”?

Neanche per sogno. Eppoi Daniele Bosio non è un cretino. Semmai, un sognatore. Un uomo buono, come hanno testimoniato da subito migliaia di persone su Facebook, tra cui centinaia di mamme che si sono affrettate a dichiarare che avrebbero affidato a occhi chiusi i loro bambini. Un uomo buono che non riesce proprio a capire certe cose. Non ci arriva. Ma non perché è un cretino. Perché essendo un buono, fa fatica a immaginare le cose cattive. Tutto qui. “Questa Corte è pienamente consapevole – si legge nella sentenza, davvero “illuminata” – dei suoi doveri legali, morali e sociali nei confronti della società. Non è incurante del fatto che il traffico di essere umani è dilagante in un Paese del Terzo Mondo come il nostro. Il popolo e il governo devono lavorare fianco a fianco per sopprimere ogni violazione dei diritti umani. Tuttavia questa Corte non può nemmeno chiudere gli occhi e essere cieca sulla realtà che ci siano ancora semi di bontà innata in ogni individuo. Alcune persone che hanno disponibilità economiche hanno ancora un buon cuore e sono disposte a condividere e aiutare i meno fortunati della società”. Hai detto niente. Essere buoni e ingenui, in un mondo dove avanzano solo i furbi e i delinquenti, non è reato. Una sentenza storica.

Anche perché introduce, in un paese che giustamente si è dato una legislazione durissima per colpire il drammatico fenomeno della violenza sui minori, il concetto di interpretazione degli atti, escludendo ogni automatismo di (pre)giudizio. Non è detto – come prevede la legge – che un adulto che si accompagni con dei minori “sconosciuti” sia un poco di buono, e nemmeno che sia un pedofilo se prima di portarli fuori a divertirsi, in luoghi pubblici, faccia loro una doccia. Come dire: non è detto che un signore dall’aspetto arabo sia un terrorista, o che un siriano sia necessariamente un sostenitore dell’Isis. Ci vogliono anche delle prove. Che nel processo Bosio non sono saltate fuori, nonostante i ripetuti tentativi, in parte riusciti, di subornazione dei testimoni.

Inutile dire che siamo contenti per questa improvvisa, inaspettata “liberazione”. E non solo come amici personali di Daniele Bosio – circostanza questa che non ci ha mai fatto perdere il senso dell’obiettività, ma ci ha ulteriormente motivato a seguire con attenzione la vicenda – ma anche come giornalisti. Perché se è vero che in questi casi bisogna sempre prendere le distanze, è anche vero che bisogna avere il coraggio di schierarsi, quando appare evidente che la vicenda è tutt’altro che chiara.

Speriamo anche che siano contenti, e che lo dimostrino reintegrandolo immediatamente in servizio, riconoscendogli tutti gli arretrati e affidandogli un incarico adeguato al suo rango, alla Farnesina. E’ infatti una cosa buona che un nostro ambasciatore, ingiustamente accusato di reati infami, venga prosciolto e rimesso in libertà. Come si sa ci sono stati casi, in passato, dove diplomatici colpevoli di reati sono stati riammessi in servizio nonostante fossero stati condannati e/o avessero patteggiato.

Ma speriamo sopratutto che Daniele Bosio, persona buona e generosa, ma anche molto sensibile, abbia ancora voglia di fare il suo lavoro. Lavoro che faceva bene. Altrimenti, come ricordavamo all’inizio, fin dai primi giorni dopo l’arresto, migliaia di persone, in tutto il mondo, non si sarebbero mobilitate – e non solo virtualmente, su Facebook – per esprimergli solidarietà e sostegno.