Gli attacchi di Parigi hanno dato nuovo impulso alla lotta contro l’Isis e moltiplicato le voci di chi vede nel regime di Assad parte della soluzione. Ma lo è davvero?

Mentre l’attenzione internazionale è rivolta verso Isis, sul piano diplomatico e politico la pressione sul governo di Assad è svanita e anzi si moltiplicano le richieste di unirsi a Damasco nella lotta contro l’Isis sorvolando così sui crimini commessi contro l’umanità, perché, in fondo, se l’alternativa è lo Stato Islamico, il regime di Assad è il male minore. Ma minore per chi? E’ una questione di prospettive e, se si considera che per il 69,5% dei rifugiati siriani intervistati in due sondaggi i responsabili della guerra in Siria sono l’esercito siriano e i suoi alleati, che il 73% è fuggito dai barili bomba dell’aviazione siriana, che nei primi 6 mesi del 2015 le forze siriane hanno ucciso 7 volte più civili dell’Isis (87,5% contro 12,5%), che secondo Amnesty International sarebbero 65,000 i desaparecidos e che oltre metà della popolazione è rifugiata, sfollata o deceduta, viene da chiedersi se sia il male minore per la popolazione, la stabilità regionale o semplicemente per l’Occidente.

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Ai colloqui di Vienna – concomitanti alla strage di Parigi del 13 novembre, e forse proprio per via di questa – il governo siriano ha di fatto guadagnato la sopravvivenza, almeno a breve termine: è il trionfo della strategia che Assad ha perseguito sin dal 2011, quando giustificava la repressione delle manifestazioni di piazza in nome della lotta al terrorismo. Ma occorre rilevare che è quella repressione ad aver trasformato la rivolta in conflitto armato, con il conseguente ingresso di altri attori (potenze locali e globali) che hanno condotto la Siria al disastro attuale, fino all’affermazione di Isis. La sua ascesa in Siria, è bene ricordarlo, è avvenuta solo nel 2013, a ben due anni dall’inizio delle violenze nel Paese. E’ bene anche ricordare che, come sostenuto da diversi disertori dell’esercito siriano, il regime di Assad avrebbe deliberatamente scarcerato con amnistie salafiti e membri di al-Qaeda detenuti nelle sue carceri per radicalizzare l’opposizione e giustificare la repressione militarizzata (per approfondire, clicca qui) tra i quali c’è Abu Musab al-Suri, detto “il siriano”, considerato uno dei più importanti leader post-Osama Bin Laden, nonché reclutatore di foreign fighter.

Anche dopo il consolidamento del Califfato in Siria nel 2013, per oltre un anno, esercito siriano e Isis non si sono mai scontrati militarmente. Che ci sia stata una convergenza di interessi tra Assad e Isis, seppur per necessità, è innegabile, a cominciare dal comune obiettivo di annientare i ribelli.

Gli esempi sono molti, ne citiamo solo alcuni: sul piano economico il regime è sceso a patti con Isis, che gestisce oggi i pozzi petroliferi, le centrali elettriche e le stazioni di telefonia nell’area di Deir Ez Zor. Le ultime sanzioni europee del marzo 2015 hanno colpito un uomo d’affari siriano che gestisce la compravendita di petrolio tra governo siriano e Isis, George Haswani (per approfondire si consiglia Isis- dentro l’esercito del terrore di Michael Weiss e Hassan Hassan, scaricabile gratuitamente a questo link).

Ha ragione il presidente Assad quando dichiara che Isis non è nato in Siria e che dietro la sua crescita ci sono anche le armi di alcune grandi potenze, ma omette di dire che questa crescita è avvenuta in Siria anche grazie alle sue politiche. Perché? Perché eliminando prima l’opposizione siriana e lasciando in campo solo Isis, Assad può porsi come unica alternativa al terrorismo. Non va però ignorato che sono state anche le atrocità del suo governo (barili bomba sui civili, armi chimiche e gas clorino, torture di massa sistematiche ecc.) ad aver fornito a Isis un potente strumento di reclutamento.

Bisogna chiedersi quindi se il governo di Assad è titolato per essere un partner nella lotta contro l’Isis. Si può sperare di ricucire la società siriana con la famiglia Assad ancora al governo e cancellare quasi 5 anni di crimini di guerra con un colpo di spugna? Una transizione politica è l’unica via di uscita, ma se coinvolgerà persone con le mani sporche di sangue, sia tra le fila del regime che dell’opposizione, e non prevederà processi né riforme dell’apparato statale, ogni tentativo di pace sarà destinato a fallire.

Come ha dichiarato il segretario Generale dell’Onu Ban Ki-Moon: “Nel lungo termine, la più grande minaccia per i terroristi è una società pacifica e il rispetto dei diritti umani. [..] E’ governanti che ascoltano il loro popolo e difendono lo stato di diritto. I missili uccidono i terroristi, ma governi giusti uccidono il terrorismo”.