C’è chi sostiene che gli eserciti più grandi al mondo non siano quelli degli Stati ma quelli privati. A giudicare dai numeri del colosso del settore, la G4S, l’affermazione è fondata: 6,8 miliardi il fatturato annuo, 620 mila i dipendenti globali. Nella propria presentazione, l’azienda inglese si descrive come il “principale gruppo di sicurezza integrata, specializzato nella fornitura di prodotti per la sicurezza, servizi e soluzioni”. Sicurezza a tutto campo, quindi: da quella interna al paese, fino a quella, molto redditizia, all’esterno, dove la difesa viene “esternalizzata” in settori in cui la sicurezza e il rischio sono considerati una minaccia strategica.

La liberalizzazione del mercato della guerra risale al tempo di Bush jr. e ha avuto il suo punto di svolta con la guerra in Iraq, nel 2003. Non è un caso se proprio in quella occasione vennero a galla i primi contractors italiani con la morte di Fabrizio Quattrocchi. La crescita della “minaccia esterna” da un lato, la volontà di ridurre l’esposizione al rischio dei propri militari, peraltro ridotti progressivamente, ha comportato lo sviluppo dell’outsourcing come si chiama l’esternalizzazione dei servizi.

L’11 settembre negli Usa e, presumibilmente, il 13 novembre francese, hanno già prodotto un incremento della privatizzazione della sicurezza. Laura Dickinson, dell’università dell’Arizona, l’ha definita, nel suo Outsourcing War and Peace, “la privatizzazione della politica estera americana”. Secondo quanto riporta Bruno Ballardini nel suo Il Marketing dell’Apocalisse, nel 2013, in Afghanistan, il 62% delle forze impiegate erano già contractors privati. Dal 2001 in poi la cifra impiegata per contratti con forze di sicurezza private ruota attorno ai 200 miliardi di dollari l’anno. Le prime dieci società al mondo cumulano tra i 30 e i 40 miliardi di fatturato annui. Dentro ci sono le attività di sicurezza interne – guardie private – quelle relative alle attività di imprese in paesi rischiosi – piantagioni agricole in Sudamerica, oleodotti in Medioriente – le scorte e le attività militari o di intelligence. Tutte voci che fruiscono del clima internazionale. “Studi indipendenti” si legge nel bilancio 2014 della G4S, “indicano che la domanda globale di sicurezza è prevista in una crescita del 7% annuo dal 2013 al 2023 quando raggiungerà la cifra di 210 miliardi”. Risorse che hanno permesso di costituire, come scrive Ballardini, “eserciti addestratissimi, virtualmente di stanza in tutto il mondo a disposizione di governo riluttanti a impegnare le proprie truppe”.

Ancora la G4S,, impiega il grosso dei suoi 620 mila dipendenti in Asia (264 mila) mentre 125 mila sono stanziati in Africa. Poi ci sono i 57 mila che lavorano negli Usa e i 64 mila nella Ue, mentre solo 37 mila sono collocati nel Regno unito. Il 25% del fatturato è generato dai servizi ai “governi” mentre solo il 5% viene direttamente dai “consumatori”. La quota principale, il 29%, proviene dai servizi alle grandi multinazionali e alle compagnie private, mercato anch’esso in rapida evoluzione soprattutto quando si tratta di sedi collocate in paesi a rischio.

Recentemente la multinazionale inglese ha vinto un contratto da 100 milioni di sterline (140 milioni di euro) per proteggere i militari del British Foreign e Commonwealth Office in Afghanistan e assicurare un giacimento di gas in Iraq. Il contratto è il secondo di grande rilievo nel corso del 2015 dopo la gestione della sicurezza per il centro di detenzione per minori di Kent, in Gran Bretagna, dall’importo di 50 milioni di sterline.

La gestione delle carceri e il suo intreccio con le politiche dei vari governi è così complessa da aver prodotto una vicenda emblematica. Il Labour Party di Jeremy Corbin, ad esempio, ha appena deciso che non utilizzerà più i servizi di sicurezza della G4S per le sue conferenze. La decisione, presa a maggioranza, giunge dopo le proteste della Palestine Solidarity Campaign sull’impiego di personale G4S nelle prigioni israeliane. Un boicottaggio analogo si è verificato lo scorso aprile in Sud Africa dove 20 compagnie private avevano messo fine ai servizi della G4S proprio per i suoi rapporti con la gestione delle prigioni di Tel Aviv. Al di là del merito, la vicenda ha messo in evidenza l’intreccio di legami e di interessi delle compagnie private di sicurezza. Tali da poter essere considerate alla stregua di una entità politica.

Quanto avvenuto alla più nota compagnia di mercenari, la Blackwater, è altrettanto indicativo. Fondata da Erik Prince nel 1997 diventa la società privata di riferimento della guerra in Iraq. L’uccisione di suoi 4 contractors a Falluja, nel 2004, è il pretesto per scatenare una violenta offensiva statunitense. Fino al 2007, quando è la Blackwater a uccidere 17 iracheni, di cui molti civili, e a scatenare una dura polemica che sfocerà anche in un dibattito al Congresso. I contratti vengono rivisti così come le regole di ingaggio da parte del governo Usa. La Blackwater cambia nome, si fonde e si scompone fino ad assumere la denominazione di Academi.

Erik Prince ha venduto le sue quote ma secondo il New York Times è suo il piano con il quale gli Emirati Arabi Uniti hanno ingaggiato militari mercenari per andare a combattere in Yemen. Secondo il quotidiano statunitense “gli Emirati arabi inviano segretamente mercenari colombiani per combattere in Yemen”. Sarebbe, sempre secondo il NyT, il primo dispiegamento di forze straniere da parte degli Emirati e l’utilizzo di soldati latinoamericani aiuta a comprendere l’ampiezza internazionale del mercato dei mercenari. Secondo il giornale newyorchese, inoltre, ci sarebbero “centinaia di altri mercenari – sudanesi, eritrei – che stanno andando in Yemen”.

La vicenda Academi si interseca al comparto, misterioso per definizione, dei servizi segreti privati. Il progetto di Bush jr di istituire un’unità segreta con il compito di uccidere i membri di al-Qaeda fu affidato proprio alla Blackwater che otteneva l’appalto di una missione di killeraggio di Stato. A parlarne ufficialmente fu, nel 2009, l’ex direttore della Cia Leon Panetta nel corso dell’amministrazione Obama. La vicenda sembrò mettere la parola fine all’ipotesi di servizi segreti privati che, invece, da allora, si sono moltiplicati. La lista delle altre sigle che “affollano questo nuovo ricchissimo mercato” la produce ancora Ballardino: “In testa ci sono le agenzie statunitense come Gk Sierra, Kroll Inc, Smith Brandon International Inc., Stratfor, Booz Allen Hamilton, Pinkerton National Detective Agency, poi le inglesi Aegis, Control Risks Group, Hakluyt&Company, e infine la francese Geos e la spagnola Aics”. Il mercato, anche in questo caso, è globale.

Da Il Fatto Quotidiano di lunedì 30 novembre 2015