Il cinema non ha davvero finito di raccontare, si potrebbe dire uscendo da Le mille e una notte (“Arabian nights”) di Miguel Gomes, maxifilm di oltre sei ore diviso in tre film di durata normale, già presentato a Cannes nella Quinzaine des réalisateurs e ora in programma al Torino Film Festival. Raccontare cosa? Raccontare la vita, raccontare l’attualità, ma anche – insieme – raccontare il piacere del racconto, il mistero delle sue circonvoluzioni, la sua meravigliosa inesauribilità. E raccontare le diverse tonalità presenti nel sottotitolo di ognuno dei tre film: l’inquietudine, la desolazione, l’incanto.

Gomes si preoccupa di prendere in parte le distanze da Le mille e una notte classiche. E lo fa con una didascalia ripetuta in avvio di ogni film. Il suo non sarà un film-illustrazione, sarà altro. Del racconto di Sheherazade il regista portoghese prende la struttura, quella di un narrare infinito per rinviare le pratiche sanguinarie di Shahryar – un narrare che si sospende e si riavvia cambiando sempre racconto – ma prende anche umori, sensazioni, magie. Per il resto il film prende spunto dal Portogallo di oggi, dalla povertà provocata dall’inflessibile austerità della Troika, dai drammi che le si associano e pure dalla vita che prosegue in parallelo. Non si può raccontare nei dettagli un labirinto come questo (se lo avesse potuto vedere, Borges ne avrebbe parlato come di un “labirinto senza centro”, come ebbe a dire del mitico Citizen Kane di Welles, pure celebrato ora a Torino), ci si può solo abbandonare alla visione. Eppure i racconti si susseguono ben scanditi: alla fine di ogni film un indice, simile a quello di un libro, ci indica a che minuto comincia ogni “capitolo” del film, ogni suo racconto. Così il film, avendolo a disposizione in rete o su dvd, potrebbe diventare “consultabile” come un libro.

La forza del film è tutta nella sua poesia, cui Gomes arriva usando tutte le risorse linguistiche del cinema, mescolando registri e generi, passando dai toni del documentario alla ripresa di materiali d’archivio, dalla fiaba alla narrazione con acuti risvolti antropologici, dall’allegoria al mito, dall’uso insistito, qualche volta perfino troppo, delle didascalie, alla dolcezza musicale del classico Perfidia. La forza è nel saper sospendere i racconti senza necessariamente risolverli – in fondo è questo il debito maggiore con le Mille e una notte – per mostrare da un lato la relatività del bene e del male, categorie che soprattutto in tempi di crisi si increspano e si sciolgono l’una nell’altra. Così, in uno dei racconti più coinvolgenti dell’intero progetto, una giudice, che dovrebbe occuparsi di un furto realizzato dagli inquilini di un appartamento accusati di aver venduto la mobilia del proprietario per fronteggiare la crisi, scopre che ogni reato se ne porta dietro un altro il quale ne ha dietro un altro ancora e così via. Sicché diventa impossibile emettere un giudizio, e l’unica possibilità è piangere.

Dall’altro lato ciò che il film mostra è l’energia della narrazione, capace comunque di ordinare, anche se non necessariamente di “spiegare”, quei mondi – siano essi quelli degli ammaestratori di fringuelli canterini o quelli di un quartiere periferico nel quale il cane Dixie, trovato e adottato un giorno da una donna, passa poi di mano in mano, permettendoci di seguire ogni volta le piccole storie degli abitanti di quell’universo di marginalità.
Ma il film è molto di più, è piacere cinematografico puro, è uno dei motivi per cui vale la pena andare al cinema, è sorpresa e immersione nella profondità e al tempo stesso leggerezza delle immagini. Pathos e realismo. In fin dei conti il realismo è questo: saper affondare la lama nei contrappunti dell’oggi senza fermarsi alla superficie delle immagini.

Il film sarà distribuito prossimamente da Milano Film Network: cinefili di tutta Italia, unitevi!

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