E’ costituzionale la legge che tre anni fa impose lo stop alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina? Ruota intorno a questo interrogativo il gigantesco braccio di ferro legale cominciato in sordina e lontano dai riflettori davanti ai giudici del tribunale civile di Roma dove si è tenuta la prima udienza del processo di primo grado. Con ogni probabilità la Corte costituzionale sarà chiamata a esprimersi sulla legittimità del decreto voluto dal governo di Mario Monti, poi convertito in legge il 17 dicembre 2012: un provvedimento molto complesso, lungo un paio di pagine, composto da 10 commi.

In tribunale da una parte c’è il contraente generale Eurolink, cioè Impregilo, il grande gruppo di costruzioni a cui era stata affidata l’opera, entrato nel frattempo nell’orbita dell’impresa Salini. Accanto la Parsons, società leader mondiale per i ponti sospesi, che si era aggiudicata l’appalto per la progettazione e il controllo delle varie fasi di realizzazione della grande infrastruttura. Entrambe, Eurolink e Parsons, evidentemente non danno molto peso all’improvviso rilancio di Matteo Renzi che ha riportato il Ponte alla ribalta e si sentono danneggiate dalla legge Monti. Per questo proseguono nell’azione legale chiedendo un risarcimento stratosferico: 790 milioni di euro in totale, 700 Eurolink, 90 Parsons.

La richiesta è rivolta alla società pubblica Stretto di Messina, alla presidenza del Consiglio e al ministero delle Infrastrutture. La società dello Stretto è partecipata per oltre l’81 per cento dall’Anas e per il 13 per cento da Rfi (Rete ferroviaria italiana) ed è stata messa in liquidazione nella primavera di due anni fa e affidata al commissario Vincenzo Fortunato, influentissimo capo di Gabinetto con diversi ministri, da Antonio Di Pietro a Giulio Tremonti. Legge Monti alla mano, a sua volta anche la società Stretto di Messina si sente danneggiata e contesta a Eurolink e Parsons “l’inadempimento del contratto in relazione a parte delle prestazioni e dei servizi resi”. Alle due imprese la Stretto di Messina è disposta a riconoscere solo 10,4 milioni in totale, così ripartiti: 8 milioni e mezzo a Eurolink, 1,9 milioni a Parsons come “indennizzo per la perdita del contratto pari al 10 per cento delle prestazioni effettuate”. In sostanza c’è la bella distanza di 780 milioni di euro tra le pretese di Eurolink e Parsons e ciò che la Stretto di Messina è disposta a pagare.

Il contenzioso ruota intorno all’articolo 34 decies (Disposizione in materia di collegamento stabile viario e ferroviario tra Sicilia e continente) del decreto legge 179 del 2012 convertito nella legge numero 212. In quel provvedimento si stabiliva che le parti, cioè la Società Stretto di Messina, Eurolink e Parson avrebbero sottoscritto entro 2 mesi un atto aggiuntivo al contratto originario stipulato sei anni prima. Eurolink e Parsons si rifiutarono di firmare ponendo le premesse per la liquidazione della Società del Ponte e avviando il contenzioso legale ora arrivato in tribunale. Al punto 4 l’articolo 34 decies stabiliva che tutti gli effetti dei contratti stipulati dalla società Stretto di Messina SpA con il contraente generale e gli altri soggetti affidatari dei servizi connessi alla realizzazione dell’opera sono sospesi e per il periodo di sospensione non potranno essere avanzate dai contraenti pretese risarcitorie o di altra natura a nessun titolo.

Eurolink e Parsons ritengono illegittimo quel provvedimento; al contrario il commissario liquidatore del Ponte sullo Stretto lo ritiene assolutamente legittimo e lo difende. Nel frattempo l’avventura del Ponte continua a pesare sui contribuenti italiani, anche se molto meno rispetto a prima della liquidazione. La società Stretto di Messina, per esempio, paga ancora 12mila euro al mese a Grandi Stazioni, azienda posseduta al 60 per cento dalle Ferrovie e per il resto da Caltagirone, Pirelli e Benetton, per l’affitto degli uffici nel palazzone di Termini in via Marsala a Roma.