PICO_RAMAPico Rama, da poco reduce da Pechino Express, dove con Yari Power figlio di Al Bano e Romina, ha dato vita alla coppia degli Illuminati esce con il suo terzo album, Locura. Ecco, questa è la partenza sbagliata per un pezzo che intenda seriamente occuparsi di musica. Sfrutta una scorciatoia, il citare un programma tv di successo, per cercare di ottenere attenzione. Una scorciatoia, appunto. E sfrutta quei frangenti televisivi perché, è noto, in Italia se non passi dalla televisione difficilmente ti riesci a mettere in mostra, anche se avresti dei validi motivi per farlo e ottenerlo.

Per cui riparto, lasciando perdere l’esperienza fatta in tv, esperienza che però dentro le tredici canzoni che compongo questa terza prova solista, Locura, è ben presente, sia sotto forma di brani direttamente raccolti lungo la strada, sia sotto forma di ispirazione, chiaramente, spirituale.

Riparto, quindi. Esce in questi giorni Locura, la terza prova solista di Pico Rama, figlio di Enrico Ruggeri. Ci risiamo, ho usato di nuovo una scorciatoia. Anche se stavolta è una via molto scoscesa, dove il nostro, Pico Rama, venticinquenne rasta milanese, si può seriamente far male. Ci pensate? Essere figli di uno dei cantautori più importanti del nostro panorama, per di più di uno che si è fatto strada nel mondo dello show business alternando canzone d’autore e rock, quello che è stato punk prima di noi. Una vitaccia, perché il paragone è sempre dietro l’angolo, e certi paragoni, si sa, non possono che far male.

Niente, non va bene neanche questa volta, e dire che Pico Rama, in queste canzoni, almeno nelle canzoni che ha firmato in prima persona, perché nell’album sono presenti anche tre cover, dimostra di essere davvero figlio d’arte, capace come pochi coetanei di maneggiare le parole con l’arte paterna, lui che è invece nato nel rap, e che ora, arrivato al terzo disco solista, si è spostato in un genere tutto suo, che pesca nel reggae, nella dub, nel cantautorato, nell’elettronica, ma anche nella musica tradizionale sudamericana, pescaggio, questo, figlio dell’esperienza di Pechino Express, come figlia di quell’esperienza è anche il featuring i Yari Power in Your Jungle. Stessa capacità di trovare parole azzeccate, ficcanti, colte ma che toccano i sentimenti, stessa leggerezza e stesso spessore. Chiaramente immaginario completamente diverso, lontanissimo, quasi una nemesi, vien da pensare, per il padre punk prima di noi, ma livello di scrittura alto, che può solo che migliorare. Quindi, no, citare Ruggeri non è cosa buona e giusta. Ci riprovo.

La possibilità di migliorarsi, sì. Uno ascolta Locura, terza prova solista di Pico Rama e si dice: se negli anni Ottanta Franco Battiato è riuscito a portare in vetta alle classifiche canzoni che si ispiravano a Gurdjieff, in cui si parlava di centri di gravità permanenti e di argomenti alti, spirituali, perché non dovrebbe riuscirci oggi Pico Rama, con brani che nello spirituale, ma al tempo stesso nel terreno affondano le mani? Per dire, canzoni come Un pezzo di terra, L’universo ci guarirà, il singolo L’idea della mortalità, singolo a discapito del titolo, direbbe uno di quelli che si intendono di dischi, sono bellissime canzoni di pop contemporaneo, dove per pop si intendono quei suoni che girano oggi nel resto del mondo, un mondo dove non c’è Rtl o Maria De Filippi a dettare le direttive artistiche delle case discografiche o a decidere la musica che girerà intorno. Di più, un brano come Un nuevo Horizonte, cover di Kirtan Reggae, potrebbe essere una vera e propria hit planetaria, ballata latineggiante con un ritornello che sfonda gli argini anche del cuore più arido. Già ci si immagina Zucchero, lì nella sua fazenda, che sentendola decide di farla propria, e riproporla nel suo prossimo album, rendendola esattamente quella che è, una hit.

Invece no, perché Pico Rama non è Zucchero, e non è neanche Battiato. Pico Rama è un artista complesso, basta dare un’occhiata al booklet del cd per farsi idea di quanto ricco sia il suo immaginario. Partite da Jodorowsky e arrivate a una conoscenza di voi stessi dettata dall’aver mangiato una qualche pianta allucinante, dentro Locura c’è tanta, tantissima, troppa conoscenza. I testi, orecchiabili anche quando affrontano argomenti ostici, sono talmente carichi di informazioni da stordire, più di una qualsiasi radice allucinante. E Pico Rama, che dal padre ha preso anche la capacità di azzeccare strofe e ritornelli, sembra voglia tenere questo suo talento sotto traccia, intento più a comunicarci la sua complessa visione del mondo, che a raggiungere con quella visione più gente possibile. Del resto Battiato è arrivato a La voce del padrone, dopo una decina di album, alcuni sperimentali e oggi quasi inascoltabili. Ha sfornato Centro di gravità permanente a quarant’anni, non a venticinque, e magari Pico Rama ha bisogno di farsi strada nella giungla della discografia prima di decide e fare i conti anche col proprio talento. Nei fatti Locura è un disco denso, pregno, pieno, stordente. La cover di Dall’altra parte del cancello di Giorgio Gaber, qui diventata un mix tra l’originale e un brano jungle, riassume bene il concetto, l’ascolti e resti spiazzato, piacevolmente spiazzato, dannatamente piacevolmente spiazzato. Come col resto dell’album. Difficile ascoltarlo tutto di fila, come magari succede anche con Museica di Caparezza, impegnato su altri temi ma probabilmente l’artista italiano al momento più vicino al nostro. Per racchiudere in poche righe tutta la sua poetica avrei dovuto ricorrere alla stenografia, di qui la scelta di adottare uno stile stordente, mimetico al suo, verboso e apparentemente senza centro. Quel che c’era da dire, magari non ve ne siete accorti, ma è stato detto. Ora a parlare devono essere le canzoni. E di cose da dire ne hanno, oh se ne hanno. Se una delle divinità, a noi sconosciute, che Pico Rama ci racconta ci mette una buona parola, capace pure che queste potenziali hit diventino hit e basta. Noi facciamo il tifo per lui.