Per quel poco che ho capito del mondo arabo, mi sembra di poter dire che non esiste uno scontro di civiltà; mentre le categorie del religioso usate per spiegare il fenomeno jihadista sono del tutto fuori registro. Semmai la questione è molto più semplice (e al tempo stesso terribile): se noi non capiamo questo miliardo e mezzo di uomini e donne, loro non capiscono noi. Noi – magari – vorremmo omologarli incapsulandoli a pressione nei nostri standard, loro si sentono respinti e vilipesi.

Comunque, una situazione di totale incomunicabilità; tipica di quello che un tempo si chiamava “teatro dell’assurdo”.

Comunità islamica Parma (1)

Mezzo secolo fa – per ragioni che non sto a raccontare – mi trovavo a cena nella casa dell’allora governatore del porto di Casablanca, un cugino del re Hassan II e pure antico allievo di prestigiosi college britannici. Mentre si susseguivano le delizie della cucina marocchina, l’Anfitrione intratteneva l’uditorio rigorosamente maschile con le sue affermazioni perentorie, da navigato uomo di mondo. A un certo punto mi chiese: «E lei lo sa perché il petrolio è nero?». Al mio silenzio imbarazzato, proseguì il suo show con malcelata soddisfazione: «Quando la Pietra Nera cadde nella Mecca, il Profeta – sia benedetto il suo nome – pose le mani sul monolite chiedendo ad Allah, come ulteriore segno di benevolenza, l’invio di una sorgente di pace e ricchezza. La richiesta fu ascoltata ed è per questo che il petrolio è nero come la Pietra Nera». Poi si guardò intorno con la fierezza di aver smascherato l’ignoranza dell’occidentale. Il tutto alla faccia di antichi studi dalle parti di Oxbridge.

Ricordo che a quel punto il presidente della Camera di Commercio italo-marocchina, sistemato al mio fianco nella canonica postura a gambe incrociate, mi sussurrò da bravo toscanaccio: «Ovviah, so’ tutte coglionate. Dio bonino, in che mani siamo finiti, in che mani…». Ma in quel momento credo di aver capito cosa significhi l’espressione “due mondi, due civiltà, due culture”.

Dopo l’ennesima mattanza parigina ne ho sentite tante al riguardo, tra invettive e supposte terapie. Dagli appelli allucinati/allucinanti ai massacri e/o alle reclusioni di massa, ai buonismi infantili delle catene umane o dei minuti di silenzio per la pace e la fratellanza (con annessa T-shirt istoriata di virtuosi sentimenti). Per arrivare al politicamente corretto in chiave tattica dell’alleanza con un presunto “Islam moderato”. Quest’ultima la tesi meno puerile ma più rivelatrice dell’incomprensione di cui si diceva: siete convinti che nel loro intimo i presunti “moderati” non provino una certa qual soddisfazione nei confronti di un Occidente dominante che per una volta è stato umiliato? Come diceva mio genero – un buonissimo ragazzo bahiano, dunque terzomondista – il giorno dopo un lontano 11 settembre: «Piangete i morti delle Torri Gemelle. Chi di voi piange gli altrettanti palestinesi massacrati a Sabra e Shatila?». Abbiamo i nostri morti e loro i loro: due cordogli che non si sovrappongono. Che non possono assommarsi fino a quando non sarà chiaro che tutta questa follia è figlia di un cortocircuito nella modernizzazione, che ha prodotto reciproche sordità. Sul colore della Pietra Nera come sulle realtà etniche malamente accatastate nel contenitore Iraq dai diplomatici franco-inglesi nella conferenza del Cairo 1921. Alle guerre come esportazione di democrazia degli ultimi decenni, con relativo scatenamento dei tornado terroristici.

L’islamofobia e la simmetrica occidentofobia (per non parlare del cretinismo Emergencyfobico) sono il risultato di una clamorosa incomprensione, dell’incapacità di governare con saggezza inclusiva un mondo in costante allargamento.

Ora che il vaso di Pandora è stato spalancato è difficile pensare a un ritorno della ragionevolezza perduta. Visto che lo smarrimento a Occidente ha determinato la svolta bellicista e la rabbia degli esclusi ha scatenato cellule omicide e tagliagole con l’hobby del selfie. Tutti figli – appunto – di un impazzimento del mondo detto moderno. Resta fermo un fatto: se pensiamo di contenere il fenomeno con coprifuoco e militarizzazioni, magari accompagnate dalle note della Marsigliese, ebbene dobbiamo prepararci a un decorso di lunghissima durata. Di alcune generazioni. Da predisporre ad atteggiamenti diversi insegnando loro a scuola – come suggeriva Marco d’Eramo – una materia nuova: la “bigottofobia”.