Sappiamo bene che in ore come queste, insanguinate da terrore e morte, sia più facile mostrare i muscoli, piuttosto che usare il cervello, ma la politica, o almeno quello che resta, non dovrebbe limitarsi a soffiare sul fuoco e a speculare sulle legittime paure delle popolazioni, come invece stanno facendo i peggiori arnesi di una destra razzista e illiberale. Per costoro la tragedia di Parigi è un pretesto per tornare ad invocare lo stato di guerra, la sospensione dei diritti costituzionali, l’espulsione degli islamici in quanto tali, senza distinzione alcuna. Chi si oppone a questa deriva viene liquidato come “buonista” intendendo con questo termine quelli che, a loro giudizio, sarebbero i pacifisti, i disfattisti, anime nelle incapaci di impugnare la pistola e di sparare a vista.

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L’esercito dei “cattivisti” invoca la crociata e la cacciata degli infedeli dal suolo europeo. Peccato che proprio queste ricette siano già fallite e possano produrre solo altro sangue, altre tragedie ed un mondo consegnato alla guerra totale e senza fine. La necessaria risposta al boia, che dovrà essere mirata, efficace e immediata, dovrà essere strettamente legata alla capacità di dare risposta alle domande politiche ancora inevase.

Chi oggi invoca i muri e le armi sa che la stragrande maggioranza dei profughi sfugge proprio dai tagliagole dell’Isis?
Vogliamo regalare questi disperati alla propaganda dei signori del terrore?
I milioni di musulmani che hanno scelto l’Europa e che si sono integrati, li vogliamo rimandare indietro a bordo dei barconi della morte?
Dal momento che non pochi dei nuovi terroristi sono “Bianchi ed occidentali”, vogliamo cominciare a bombardare le periferie europee?

Chi oggi invoca lo stato di guerra, in molti casi lo aveva già fatto all’epoca delle invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, invasioni che oggi tutti, a partire da Blair, ritengono essere state sbagliate e causa di non poche delle odierne tragedie.
Vogliamo rimuovere il cinico sostegno che, a turno, Russia, Usa, Europa hanno dato a questo o a quel dittatore in cambio di commerci, affari, traffici di armi?
Che dire dell’isolamento dei combattenti curdi che pure si battono contro i boia dell’Isis o del sostegno dato ad Assad in Siria o a Erdogan in Turchia?

Chi eccita gli animi dovrebbe anche suggerire una strategia e le alleanze conseguenti, indicando dove, come e contro chi sferrare gli auspicati interventi militari. Alle immagini e ai morti di Parigi, si deve rispondere promuovendo una grande alleanza politica e civile, capace di isolare i terroristi e di coinvolgere in questa lotta chi, anche nel mondo islamico, non ha intenzione alcuna di arrendersi. Non casualmente un uomo saggio e lungimirante come Francesco non si stanca di sferzare le agenzie internazionali e di invocare la necessità di collegare i percorsi di pace alla giustizia sociale. Non sarà facile, anzi sarà un itinerario tortuoso, costellato di contraddizioni e sconfitte, ma le alternative non esistono.

Quelli che puntano il dito, invocando come unica possibilità lo stato di guerra, non sono solo “cattivisti”, ma anche “cretinisti” perché indicano una strada senza uscita, esattamente come hanno fatto in Siria, in Afghanistan, in Iraq… Sarà il caso di non mettere nelle loro mani la vita di milioni e milioni persone, di ogni razza, fede e colore della pelle.