Dalla lettura della Relazione si ritiene che vi siano i presupposti richiesti dalla normativa” per lo scioglimento dei Comuni per mafia. Il Comune di Roma Capitale poteva e doveva essere sciolto e commissariato per mafia. Perché Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, i presunti vertici dell’organizzazione Mafia Capitale, avevano e hanno in mano politici, di governo e di opposizione, tecnici, manager, capi dei dipartimenti, dell’amministrazione Alemanno e di quella Marino. E non sono solo i nomi emersi nelle inchieste della Procura di Roma.

Ci sono anche altri, non indagati, al loro servizio. È questa la conclusione dei prefetti della Commissione di accesso che per mesi hanno scandagliato il livello di penetrazione della mafia nel Comune. Si poteva e si doveva mandare a casa sindaco, giunta e consiglio. Ma per mafia. Non fu fatto nonostante il lavoro certosino dei prefetti e la loro analisi spietata. “L’esercizio dei poteri di indirizzo politico e di gestione amministrativa degli organi di Roma Capitale – scrivono – è stato fortemente condizionato da una associazione di stampo mafioso”. Non è la mafia che spara, siamo di fronte “a una più sottile strategia che vede una forma di inquinamento della vita amministrativa di Roma Capitale attraverso l’occulta, ma poi non tanto, regia di Carminati e Buzzi, con l’inserimento di propri uomini negli organi di gestione”.

Buzzi e Carminati comandavano ai tempi di Alemanno e anche dopo, con Marino. “La mancanza di percezione del contagio mafioso – scrivono i prefetti – ha fatto sì che questo non abbia risparmiato neanche l’azione del sindaco Marino, che non sempre è riuscito ad opporsi”. Ignazio Marino ha commesso l’errore di sottovalutare la corruzione e non identificarla come “veicolo del contagio mafioso”. I capi di Mafia Capitale erano tranquilli: “Se Marino resta sindaco per altri tre anni e mezzo col mio amico capogruppo ci mangiamo Roma”. Continuità perfetta, “grazie a una trama corruttiva cui hanno aderito membri dell’assemblea e della giunta”.

 “Ho le spalle al muro, vogliono Ozzimo”
Un esempio. Rita Cutini è assessore alle Politiche sociali, terreno di caccia del presunto sodalizio. Mafia Capitale chiede la sua testa. Al suo posto vuole Daniele Ozzimo, Pd, ora imputato in Mafia Capitale. Sentita dai prefetti della Commissione, la Cutini racconta di essere stata convocata il 1° dicembre 2014 (alla vigilia dell’operazione Mondo di Mezzo) e di aver ricevuto la notizia della sua sostituzione. “Ho le spalle al muro”, le dice il sindaco. E quando i prefetti sentono Marino, la sorpresa: “Il nome di Ozzimo mi è stato imposto dal Pd”. È vero, notano i prefetti, che l’assessore Cutini è stata poi sostituita dalla Danese e non da Ozzimo, ma solo a causa delle dimissioni volontarie di quest’ultimo: in caso contrario il sodalizio sarebbe avrebbe avuto persone di fiducia sia al vertice amministrativo che a quello politico del settore che controlla la spesa sociale di Roma Capitale”. Così “i principi di democraticità di Roma Capitale erano fortemente compromessi”.

Ma non sono solo le complicità vecchie e nuove, nere e rosse, di cui per anni godono Buzzi e Carminati, a renderli padroni della Capitale. “È il profondo stato di degrado dell’istituzione incapace di opporre una efficace resistenza”. Il risultato è una amministrazione “inquinata, i cui atti gestionali presentano gravi deviazioni rispetto al canone normativo, dando vita ad una costante mala gestio, ad una continua violazione delle procedure di legge, con aggravio di costi e pesanti inefficienze”. La “mafia silente”, tanto “evoluta” da costruire un sistema “reticolare e a raggiera”, faceva man bassa di appalti e servizi. Sconvolgente il quadro offerto dai prefetti sul ricorso frequente a procedure non aperte, affidamenti diretti spesso non usando in modo corretto le procedure di somma urgenza”.

Sempre lo stesso copione. Con la novità delle proroghe, alle stesse ditte o cooperative, “dette prolungamenti tecnici, nozione che non è dato riscontrare nel codice dei contratti”. La forza di Mafia Capitale sta in quello che i prefetti chiamano il loro “capitale istituzionale”. L’area grigia. Accanto agli uomini arrestati o indagati, “ve ne sono altri i cui legami con il sodalizio non sono meno forti per essere indiretti”. I prefetti fanno i nomi, non sono indagati ma “collocati in posizioni più sfumate, ma che comunque sono connotati da tratti anomali, che assumono significatività a causa della loro particolare vicinanza a Buzzi e ai suoi interessi”. Erica Battaglia (Pd), Luca Giansanti (Lista Marino), Annamaria Proietti Cesaretti (Sel), tutti legati al sistema cooperativo, tutti in conflitto di interessi con la funzione di consiglieri comunali.

 Si indaga sui fondi della Regione a Ostia
C’è anche una radiografia del ruolo di Gianni Alemanno, l’ex sindaco. “La sua relazione col sistema Buzzi Carminati è stabile”, il suo ruolo di consigliere comunale di opposizione gli ha consentito di continuare a fare gli interessi di Mafia Capitale. Processone o processetto, quello a Mafia Capitale. Si vedrà. Per il momento spuntano altre carte. Tra i documenti depositati dai pm c’è un’informativa sui fondi della Regione Lazio, guidata da Zingaretti, sul litorale laziale. È l’analisi dei flussi finanziari destinati a opere nel Municipio X, a Ostia.

Di Enrico Fierro e Valeria Pacelli
Da Il Fatto Quotidiano del 7 novembre 2015