Non importa che cosa si pensi di Marino, a questo punto. Poco importa pure di Renzi, di Orfini, Letta, Marchini, Lorenzin e Alemanno.
Quello che deve preoccupare è lo spostamento, evidente, della dialettica politica e delle decisioni pubbliche dalle sedi istituzionali ad altri luoghi che giuridicamente – se va bene – sono associazioni private, che non si formano e non operano in base a regole precise, magari imperfette ma pur sempre miranti alla rappresentatività.

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In questi giorni il dibattito al Campidoglio è stato sostituito dalle riunioni in via del Nazareno, il confronto in Aula dalle dimissioni dei consiglieri. E negli ultimi anni la riforma della scuola è stata presentata al meeting di Rimini, il governo Letta è stato dimissionato da un’assemblea di partito e la modifica costituzionale si è concordata fuori dal Parlamento tra un non eletto e un interdetto dai pubblici uffici.

Non c’entra nemmeno più l’abuso della decretazione d’urgenza né leggi delega praticamente in bianco: non è solo l’ingerenza del governo sul Parlamento il problema. I luoghi istituzionali sono ormai inutili, non perché non svolgano i loro compiti (o, meglio, non solo), ma perché ormai chi è al potere (economico o politico) decide a prescindere da essi, svuotandoli di senso e utilizzandoli solo quando formalmente serva una loro approvazione, spesso estorta con manovre di cinico calcolo politico.

Ora, sia chiaro: a me la struttura verticistica del Pd, con Renzi in camicia bianca o con la maglia della nazionale, la sua C aspirata e quel senso dell’umorismo da quattro soldi (semicit), non piace. Ma io, il Partito democratico, non l’ho mai votato.

E quindi, a parte il fastidio antropologico, se ai militanti del Pd va bene consegnarsi adoranti al nuovo principe, facciano pure: possono anche spartirsi le cariche con il tiro alla fune o la gara di rutti, per quanto mi riguarda. Però, attenzione: l’autoritarismo renziano resti là dov’è lecito che rimanga, cioè nel partito. Perché con le istituzioni e gli equilibri pubblici non si scherza, ché ci sono stati fior di giuristi, politici e brave persone che hanno discusso per mesi e per anni per rendere quelle strutture non perfette, ma tra le migliori possibili.

Se l’innovazione è aggirare la storia viva delle istituzioni operando a prescindere da esse, nelle stanze di partito, allora quello stesso partito (che ormai non si capisce nemmeno se rappresenta gli iscritti o il Governo di larghe intese o le coalizioni che man mano lo sostengono) abbia il coraggio di modificare anche l’articolo 1 della Costituzione, eliminando quel concetto ormai anacronistico che è “la sovranità appartiene al popolo”.

E, sì, lo so che il primo articolo della Costituzione non si potrebbe cambiare, ma tanto le regole sono già state violate, più e più volte, e noi continueremo ad accettare queste prepotenze lagnandoci soltanto della carne e dei vegani.