“Quando ho pagato l’ultima tangente sono rimasto impressionato perché i carabinieri avevano già arrestato un ufficiale della Marina, ma il sistema non si era fermato”. È l’inquietante rivelazione di un imprenditore tarantino costretto a pagare il “pizzo” ai militari della base ionica che svela un nuovo capitolo della tangentopoli in divisa che continua a imbarazzare la forza armata.

Nonostante gli arresti messi a segno a gennaio dai carabinieri di Taranto, guidati dal tenente Pietro Laghezza e coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica Maurizio Carbone, la richiesta di mazzette continuava senza esitazioni. Su ogni appalto il 10 percento doveva essere restituito in bustarelle. Sottrarsi alla “mesata” comportava il blocco dei pagamenti: le fatture restavano nei cassetti, insomma, e venivano liquidate solo quando gli imprenditori si decidevano a pagare. Per alcuni, però, ha significato molto di più: un imprenditore che ha provato a ribellarsi a questo sistema è stato escluso dalle gare d’appalto e la sua ditta è addirittura fallita.

Il nuovo capitolo della bufera giudiziaria ha coinvolto due ufficiali superiori: Giovanni Caso e Alessandro Dore, entrambi capitani di fregata e in passato a capo del IV reparto della direzione di commissariato della Marina militare a Taranto, l’ente che in sostanza tiene i cordoni della borsa per l’indotto nella base navale. Per entrambi, finiti agli arresti domiciliari, l’accusa è di concussione: secondo il pm Carbone avrebbero costretto gli imprenditori a pagare le tangenti per evitare il blocco dei pagamenti. Un sistema di cui, tuttavia, appare difficile individuare l’esatta nascita: l’ascolto degli imprenditori, infatti, ha piano piano permesso di capire che il sistema era ereditato da tutti i capi uffici e coinvolgeva anche altri ufficiali. Nella vicenda, infatti sono 10 in totale i militari coinvolti ai quali nelle scorse ore i carabinieri hanno anche notificato un decreto di sequestro preventivo: gli investigatori hanno messo i sigilli a conti correnti, immobili e altro per un ammontare complessivo di 500mila euro. Una somma che, secondo il gip Pompeo Carriere, è sicuramente solo un “prima stima per ora necessariamente provvisoria e certamente al ribasso rispetto alle ingenti somme percepite a titolo di tangente dagli indagati”.

Il nuovo capitolo, però, potrebbe non essere l’ultimo dell’inchiesta: il prossimo 16 novembre, infatti, è fissato l’incidente probatorio nel quale altri due ufficiali, Roberto La Gioia e Giovanni Cusmano, dovranno confermare le confessioni fatte agli inquirenti dopo il loro arresto. Sono state le loro dichiarazioni, insieme alle testimonianze degli imprenditori e ai puntuali riscontri dei carabinieri, a portare alla luce la spartizione delle tangenti: Il totale della mazzetta era infatti suddiviso secondo criteri ben precisi. “Il 2,5% ciascuno al sottoscritto e al Vice Direttore (di Maricommi, ndr) – ha spiegato La Gioia nel suo interrogatorio – 2% a Vecchi, 1,5% al Direttore e il restante 1,5% veniva diviso in parti uguali tra il Summa e il De Benedictis”.

A gennaio, così, le manette erano scattate per il capitano di vascello Attilio Vecchi, in servizio al Comando logistico della Marina militare di Napoli, il capitano di fregata Riccardo Di Donna in servizio allo Stato Maggiore della Difesa di Roma, il capitano di fregata Marco Boccadamo dello Stato Maggiore della Marina, lo stesso Giovanni Cusmano, direttore amministrativo del centro di addestramento aeronavale di Taranto, il capitano di fregata Giuseppe Coroneo, vice direttore di Maricommi Taranto, il maresciallo Antonio Summa e il dipendente civile Leandro De Benedictis. Tutti ingranaggi di un sistema che secondo il giudice Carriere “ha causato nel complesso danni notevoli sia alle singole imprese che all’intera economia locale”.