Cosa succede se Orban chiude il confine? “Se l’Ungheria chiude il confine non cambia nulla” spiega Juric, generale dell’esercito croato. “Tutto dipende da cosa decideranno l’Austria e la Germania. Se l’Austria e la Germania chiudono, la Croazia chiude”. E la Serbia? “Non lo so, ma il rischio è un effetto domino: la Croazia chiude, così la Serbia, la Macedonia e la Grecia”.

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Lasciamo Tovarnik, al confine con la Serbia, e dopo neanche un paio d’ore di macchina siamo alla stazione ferroviaria di Botovo, al confine con l’Ungheria. Il treno con a bordo oltre mille persone, invece, ci impiegherà circa quattro ore. E’ l’alba. Il capo stazione è seduto nella sua stanzetta che si affaccia sui binari che collegano Zagabria a Budapest. La porta è aperta. Chiediamo permesso ma non ci sente. O forse è troppo impegnato a rispondere al telefono che non smette di squillare. Quando mette giù la cornetta afferra la penna e inizia a scrivere numeri e parole su grandi registri di carta. Sotto il naso appuntito, su cui sono appoggiate due lunette di vetro, spuntano lunghi baffi color ambra. La larga divisa blu mette in risalto la sua magrezza. E’ stropicciata e rivela un’altra notte insonne. La stanza è impregnata di fumo di sigarette accese e lasciate a spegnersi in un posacenere colmo di mozziconi. All’improvviso sembra accorgersi della nostra presenza. Ci guarda: “Il treno da Tovarnik arriverà tra le otto e le nove. Ma forse anche più tardi. Vedete questi?”. Indica numerosi pulsanti colorati, incastrati in vecchi marchingegni che lo circondano e su cui è appoggiato il suo berretto rosso da capo stazione. “Con questi decido se far proseguire i treni verso l’Ungheria o fermarli qui”.

Vediamo arrivare una macchina. Scendono un uomo e una donna con indosso le pettorine celesti dell’Unhcr. Borka Vukelic è croata e lavora per per l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati da circa venti anni. Nell’attesa del treno da Tovarnik, ci offre dei dolci tradizionali fatti a mano da lei. Quindi inizia il racconto: “Ogni giorno, da qui, passano tra i quattromila e i cinquemila migranti. Noi siamo solo in due e, al momento, la nostra funzione è limitata all’osservazione e al monitoraggio. Perché prima dell’inizio di questa crisi, fino a poche settimane fa, l’agenzia per i rifugiati in Croazia si è occupata principalmente del ritorno e del reinserimento dei Rom fuggiti durante la guerra. E’ evidente che in futuro qualcosa possa cambiare e anche il nostro mandato possa estendersi. Dipende da come evolve questa situazione”. Arriva un’autoambulanza seguita dal camion dei vigili del fuoco. Quindi le camionette della polizia. “E’ il segnale che il treno sta per arrivare” dice Borka. E, infatti, dopo qualche minuto inizia il tintinnio della stazione. Le sbarre bianche e rosse del passaggio a livello si abbassano sulla strada che attraversa i binari.

L’orologio della stazione segna le 11.30. All’improvviso, ecco sbucare il treno in lontananza. Avanza lentamente così come la luce del mattino che non riesce a bucare il tappeto di nuvole grigie sopra le nostre teste. Dai boschi spuntano attivisti e volontari con acqua e cibo. “Potrebbero essere gli ultimi aiuti che riceveranno prima di arrivare in Austria” spiega uno di loro, aggiungendo: “Se potete, dite loro di non abbandonare le coperte che gli ha dato l’Unchr. Perché dall’Ungheria all’Austria il viaggio è ancora lungo”.

Il treno si ferma. Regna il silenzio. Un poliziotto si avvicina al primo vagone. Sblocca la porta che a Tovarnik era stata chiusa da fuori. A stento riesce ad aprirla: dall’altra parte, un ammasso di persone che ha fatto il viaggio, a terra e in piedi. Iniziano a scendere i primi. Sono uomini giovani. Si muovono intorpiditi. Si sistemano gli zainetti sulle spalle, quindi avvolgono i loro corpi nelle spesse coperte grigie dell’Unhcr. Sembrano fantasmi. Aiutano a scendere le donne, i bambini e gli anziani. Il silenzio viene rotto da voci che chiamano nomi arabi. Bambini che piangono per un risveglio improvviso. E in un attimo la banchina si anima di centinaia di questi fantasmi. E’ un crescendo di voci. Qualcuno fa loro segno di scendere verso quel tratto di prato che porta sulla strada, lungo un percorso segnato dalla poca erba sopravvissuta alle migliaia di passi che l’hanno calpestata nelle ultime settimane. Ricomincia il cammino. Un paio di chilometri e saremo sul confine croato-ungherese. A Zakany. Il passo è veloce.

Mi immergo in questo fiume umano e mi faccio risucchiare dalla sua vitalità. E in un attimo perdo Giuseppe. Mi volto indietro, in cerca del suo volto, ma è impossibile trovarlo. E rimango sbalordita dall’incredibile spettacolo che si presenta ai miei occhi: è una marcia. Una vera marcia pacifica di donne, uomini, bambini e anziani. Non è una massa indistinta ma un meraviglioso insieme di diversità che procede a passo deciso. C’è chi ride, chi scherza, chi fa selfie, chi fa il segno della vittoria. Quasi per caso ritrovo Giuseppe e con inspiegabile naturalezza il nostro passo prende il ritmo di quello di una famiglia di Damasco. Attraversiamo il ponte.

“Dov’è l’Ungheria?” mi chiede Ahmed. Ha occhi segnati da profonde occhiaie di chi non dorme da giorni. L’Ungheria e lì davanti. “Quando arriveremo in Europa?” Siete già in Europa. “Questa è l’Europa?” chiede incredulo. Sì. Il suo volto stanco si distende in un sorriso. Porta una mano davanti alla bocca, la bacia. Socchiude gli occhi e, volgendo la mano verso il cielo, li riapre: “Alambdulillah!”. Attraversiamo il ponte sul fiume Drava e Ahmed ripercorre l’inferno passato in Serbia. “Picchiavano con i bastoni. Picchiavano anche donne e bambini. Ci hanno derubato. Non abbiamo più soldi. Gli ultimi li abbiamo spesi pagando 75 euro a testa a due tassisti che ci hanno promesso un viaggio sicuro in macchina fino al confine con la Croazia. Invece, poco dopo esser saliti su queste due macchine, siamo stati scaricati in una stazione ferroviaria abbandonata”. Il suo racconto viene interrotto dal tremolio del suo mento, preludio di chi sta per scoppiare in un pianto. Riprende per mano i due figli piccoli e, in silenzio, stringe le mandibole e guarda davanti a sé. La strada è interrotta. Si prosegue attraverso un sentiero nel bosco. Mohammed è il fratello più giovane di Ahmed. “Alla fine anche noi abbiamo lasciato Damasco. La decisione è stata presa quando sapevamo che, da lì a poco, mi avrebbero obbligato ad arruolarmi nell’esercito e combattere. Ho 24 anni e chi ha la mia età è costretto a farlo. Io non voglio”. Mohammed parla un perfetto inglese. “Mi mancava un anno per finire l’università. Ma con la guerra sono stato costretto a interrompere. Studiavo letteratura inglese”. E’ incredibile come su queste linee immaginarie che chiamano “frontiere” possa accadere di tutto. Mi parla della vita che ha lasciato a Damasco. Dei suoi libri che non ha potuto portare con sé. E’ così che finiamo a parlare di Jane Austen. “Il mio libro preferito era Orgoglio e Pregiudizio. Non vedo l’ora di arrivare in Germania per finire l’università”. Mi viene da sorridere. Mi chiede perché. E l’unica risposta che so dargli è che l’ultima cosa che avrei pensato di fare sul confine con l’Ungheria sarebbe stata parlare di Jane Austen!

Dopo esserci fatti largo tra i rami del bosco, finalmente si apre una radura. La marcia si blocca: davanti a noi il reticolato col filo spinato che segna la fine della Croazia e l’inizio dell’Ungheria. Dall’altra parte, Zakany. Il reticolato è aperto in un punto: è il varco sorvegliato dalla polizia ungherese. Un ragazzo grida: “Two by two! Two by two!”. Lentamente, a due a due, si attraversa il confine oltre il quale riprende la marcia verso il treno che, dall’Ungheria, arriverà all’altro confine con l’Austria. Un ragazzo prende in braccio un vecchio che non riesce più a camminare. Mi sento strattonare all’improvviso e quando mi giro trovo un giovane che mi chiede aiuto. Ha sentito che parlo in inglese, pensa che sono di una ong o di qualche altra organizzazione umanitaria. Ha perso suo fratello di 12 anni. Stavano camminando insieme ed è stato un attimo, la folla l’ha trascinato via e l’ha perso. Poco più avanti altri due uomini non trovano più le loro mogli. Anche loro perse nella folla. Non sanno cosa fare. Li accompagno dal personale Unchr che cerca di calmarli. “Ormai rimangono poche persone da far passare. Se non sono più qui sono certamente sull’altro lato del confine”. Li invitano a proseguire e a cercare i loro cari dall’altra parte. Ma soprattutto a rimanere calmi di fronte ai nervosi poliziotti ungheresi che, ad ogni gesto sospetto, fanno scivolare la mano sul manganello.

E’ arrivato il turno di Mohammed e della sua famiglia. Io non posso passare. Li saluto. “Ci rivedremo in Germania, Inshallah!” mi dice, spiegandomi come trovarlo su facebook. Buona fortuna, Mohammed. Inshallah, ci rivedremo in Germania.

Foto @Giuseppe Chiantera/Ulixes Pictures

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