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Come ha rivelato poche ore fa TTG Italia, rivista specializzata sui temi del turismo, i dipendenti di Enit, messi di fronte alla scelta se rimanere all’interno dell’ente trasformato dopo più di un anno di gestione commissariale, oppure restare all’interno della Pubblica amministrazione, non hanno avuto dubbi: la totalità di loro ha scelto di lasciare Enit.

È un fatto clamoroso, con cui il nuovo Cda di Enit, insediatosi proprio una settimana fa, dovrà fare i conti. La scelta dei dipendenti apre scenari pericolosi, peraltro. Perché Enit non viene abbandonata solo da costosi e poco produttivi dirigenti e burocrati, ma soprattutto da addetti di lungo corso, con un invidiabile bagaglio di professionalità.

Non inizia quindi sotto i migliori auspici il lavoro di Evelina Christillin e dei suoi colleghi, cooptati dal premier Matteo Renzi al governo dell’ente di promozione del turismo italiano dopo la fine del commissariamento targato Cristiano Radaelli, l’ingegnere nucleare catapultato dal ministro Dario Franceschini al ruolo di commissario dell’ente.

Lo stesso Radaelli consegna nelle mani del nuovo Cda una società fantasma, ma soprattutto una realtà formalmente trasformata in ente pubblico economico e nella sostanza svuotata di ogni operatività: da mesi l’attività di promozione del brand Italia è in stand by, il sito Italia.it va a rilento, della campagna di marketing sui mercati internazionali che avrebbe dovuto essere già lanciata da settimane non c’è traccia e all’estero, da quasi un anno, non è presente alcun rappresentante di Enit.

Ma le cattive notizie per il nuovo Cda e per gli stessi contribuenti italiani non finiscono qui. Il vecchio Enit, pur considerato da più parti un carrozzone ingovernabile, aveva 80 addetti. Mentre nella nuova organizzazione, delineata da Radaelli con il placet di Mibact e Presidenza del Consiglio e il definitivo sigillo della Corte dei Conti, gli addetti saliranno a quota 160 unità, di cui addirittura 8 dirigenti e 31 quadri direttivi. E il conto, per lo Stato, rischia dunque di essere salatissimo, perché l’ente, non avendo più dipendenti, dovrà a questo punto reclutare il personale occorrente sul mercato. Risultato? Pagheremo gli 80 addetti che hanno deciso di non operare più per Enit, pur rimanendo nella Pubblica amministrazione, e i 160 che verranno selezionati nei prossimi mesi!

I problemi di Enit non finiscono qui. Perché l’ente è al momento teatro di un surreale conflitto tra Ministero dello Sviluppo (Mise) e Mibact: il Mise ha infatti presentato nelle scorse settimane un articolato ricorso contro il fallimento di Promuovi Italia, la controllata di Enit messa in liquidazione da Dario Franceschini, dichiarata fallita dal tribunale di Roma su richiesta del Mibact, a seguito dell’accertamento di un buco pari a quasi 20 milioni.

Il ricorso dell’Avvocatura dello Stato, messo in pista per conto del Mise, ruota attorno alla mancata qualifica di Promuovi Italia come società in house, da cui il Tribunale ha fatto discendere l’applicabilità della legge fallimentare, dando dunque il via libera alla richiesta del liquidatore di Promuovi Italia di far fallire la società partecipata dall’Enit. Il ricorso pone l’accento sul fatto che il Tribunale ‘esclude la natura in house della società Promuovi Italia’, nonostante, si evidenzia, la società “non risulta abbia mai ricevuto commesse da soggetti privati, avendo operato esclusivamente con soggetti pubblici […]”.

Secondo l’Avvocatura e dunque il Mise, “la circostanza che la società non abbia operato con un’unica amministrazione centrale o che non lo abbia fatto con il suo socio Enit, non risulta rilevante per escludere il requisito funzionale del rapporto in house”, perché, ‘alla luce della documentazione esaminata, appare evidente come l’intera attività di Promuovi Italia si sia tradotta nell’espletamento delle commesse di cui è stata di volta in volta incaricata dall’Amministrazione di riferimento’.

Ma, al di là delle argomentazioni giuridiche, il ricorso del Mise prende le mosse da elementi di natura economica. Come emerge dall’atto, “la proposizione del […] reclamo si impone in ragione della posizione creditoria del Mise nei confronti di Promuovi Italia […]. Il Mise risulta titolare di un ingente credito […] che è stato calcolato – seppur in via di necessaria approssimazione – in complessivi 13.969.747″.

Il 28 gennaio 2016, data fissata per la prima udienza di discussione dell’inedito scontro tra Mise e Mibact sapremo se la “saga” di Promuovi Italia, che nelle scorse settimane è stata teatro di furti sospetti, avrà altre puntate. Un fatto, però, già appare chiaro: l’intero processo di liquidazione della società in house del Mibact e di trasformazione di Enit si sta rivelando un vero disastro.

@albcrepaldi