“Stiamo ancora festeggiando, non abbiamo smesso un secondo di bere e di mangiare”. A distanza di due giorni Erjon Bogdani fa ancora fatica a trovare le parole per l’impresa storica della sua nazionale. L’Albania si è qualificata per la prima volta agli Europei. E lui, che l’ha rappresentata sul campo 75 volte negli anni più duri, mettendo a segno anche 18 reti, ora si gode il successo da collaboratore tecnico di Gianni De Biasi. Il ct italiano l’ha voluto accanto a sé per la sua esperienza. “Perché siamo davvero una grande famiglia: giocatori di ieri e di oggi, tecnici, dirigenti. Tutti fratelli. Questo è stato il nostro segreto”, spiega al fattoquotidiano.it l’ex attaccante di Verona, Siena e Cesena (fra le altre).

Ed in effetti qualcosa di speciale deve averlo messo in campo per davvero, l’Albania. Fondamentale per la qualificazione è stata la riforma di Platini e l’allargamento del torneo a 24 squadre. Ma il secondo posto nel Gruppo I (uno dei più duri usciti dall’urna Uefa) vale oro. Per guadagnarsi il biglietto per la Francia, le Aquile hanno dovuto arrivare davanti a squadre sulla carta superiori. Come la Danimarca, che negli ultimi trent’anni soltanto in un’occasione (nel 2008) aveva mancato la qualificazione, e stavolta è finita terza. “Quella forse è stata la partita decisiva”, ricorda Bogdani.

“Se avessimo perso a Copenaghen saremmo andati ai playoff. Eravamo in un momento difficile, con tanti infortunati e in condizione precaria. Ma con il cuore siamo riusciti a strappare lo 0-0″. Oppure i cugini della Serbia. Anche grazie alla vittoria a tavolino nel match d’andata, passato alla storia come il “derby del drone“, in cui i giocatori difesero fisicamente la bandiera del loro Paese. Il miracolo dell’Albania nasce anche in quei frangenti convulsi, quando la nazionale diventa qualcosa più di una semplice squadra di calcio. “Non avevamo bisogno di quell’episodio per dimostrare il nostro attaccamento alla maglia. Però lì probabilmente è scattata la scintilla che ci ha permesso di arrivare fino in fondo”.

Al loro rientro in patria dalla rissa di Belgrado i calciatori furono accolti come eroi nazionali. Lo stesso è successo lunedì, dopo la vittoria decisiva in Armenia. Stavolta nessuna scoria, niente violenza: solo festa. Il presidente della Repubblica, Bujar Nishani, ha concesso la medaglia d’onore a tutti i componenti della squadra. All’aeroporto “Madre Teresa” di Tirana è stato steso un tappeto rosso come passerella trionfale. Non è solo calcio, non è solo sport. “Questo trionfo significa tanto per tutto il Paese”, prosegue Bogdani. “È un momento di rivalsa per un popolo che per anni ha sofferto tanto. Siamo sempre stati considerati fanalino di coda del Continente. Identificati come immigrati, per non dire criminali. Adesso guardiamo tutti a testa alta, anche nel pallone. Siamo felici di aver regalato questa gioia al nostro Paese”.

Ed è significativo anche in quest’impresa ci sia tanto di Italia, per decenni orizzonte di un futuro migliore per i nostri dirimpettai d’Adriatico. In campo giocano diverse conoscenze della Serie A: Berisha, Cana. E Elseid Hysaj, ieri figlio di un immigrato che sbarcava il lunario da muratore, oggi il calciatore albanese più pagato della storia. In panchina l’impronta più importante, quella di Gianni De Biasi, ex tecnico di Modena, Brescia e Torino fra le altre.

“Il mister è uno degli artefici della qualificazione”, spiega Bogdani. “È stato lui a farci capire che potevamo farcela. E poi ci ha dato delle basi tattiche che probabilmente non avevamo in passato”. Il resto l’hanno fatto il cuore albanese, un pizzico di fortuna, lo spirito di sacrificio di una nazione in cerca di riscatto. Adesso che il sogno è realtà, il pensiero corre già al prossimo giugno, quando l’Albania parteciperà a Euro 2016. E – promette Bogdani – non farà solo da comparsa: “È un’occasione unica, chissà se ci ricapiterà in futuro. Ma siamo una squadra solida, lo dimostrano anche i risultati in amichevole contro Francia e Italia. Non abbiamo campioni magari, ma la nostra stella è il collettivo. Non ci poniamo limiti”. L’unico rimpianto, per Erjon, è che il treno sia passato troppo tardi per lui. “Certo, mi sarebbe piaciuto avere la possibilità di giocare gli Europei. Ma non importa, in Francia ci andrò anche io. E al nostro fianco ci saranno anche tutti i fratelli albanesi sparsi per il mondo”.

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