Il biennio stragista che tra il 1992 e 1993 insanguinò l’Italia a colpi di stragi al tritolo? “Un attacco allo Stato, ma non un ricatto di Cosa nostra”. La strage di Capaci? “Si pensò alla presenza di entità esterne alla mafia”. L’eccidio di via d’Amelio? “Anomalo: fu un boomerang per i clan”. All’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo va in onda la deposizione di Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, oggi presidente di Finmeccanica, teste d’eccezione del processo sulla trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, dove figura anche tra le parti offese: sarebbe stato infatti calunniato da Massimo Ciancimino, che lo ha identificato nel signor Franco/Carlo, il misterioso personaggio dei servizi segreti che avrebbe fatto da consigliere a suo padre. Oltre a Ciancimino junior, alla sbarra ci sono politici come Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino, boss mafiosi di spicco come Totò Riina e Leoluca Bagarella e gli alti ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno. A tre anni esatti dalla prima udienza preliminare (dove lo stesso De Gennaro aveva deposto), l’accusa ha deciso di chiamare in aula l’uomo che dirigeva la Dia nel biennio in cui pezzi delle istituzioni aprirono un dialogo con Cosa nostra per fermare le stragi.

“Gli attentati a Roma e Milano del 1993 furono vissuti come un attacco allo Stato, ma non si parlò di un ricatto da parte dei clan. Si era concentrati sul pericolo di un tentativo di destabilizzazione dell’ordine pubblico”, ha spiegato De Gennaro, ricordando che l’ex presidente del consiglio (e presidente della Repubblica emerito) Carlo Azeglio Ciampi aveva temuto il colpo di Stato, quando le comunicazioni di Palazzo Chigi furono colpite da black out la notte tra il 27 e 28 luglio del 1993, poco dopo le esplosioni delle bombe in via Palestro, a Milano, e davanti alle basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, a Roma. “Dopo le bombe in Continente nel comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza del 30 luglio 1993 c’era difficoltà a inquadrare i fatti. La Dia leggeva quei fatti come un attentato allo Stato, come una aggressione destabilizzante alle istituzioni. Già dopo Capaci si cominciò a ripensare all’omicidio Lima come all’inizio di una strategia, una sorta di escalation dell’azione violenta di Cosa nostra”, ha spiegato l’ex sottosegretario ai servizi segreti interrogato dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi.

E quando, dopo 56 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone, una Fiat 126 imbottita d’esplosivo uccide Paolo Borsellino, “sottolineammo subito l’anomalia perché capimmo che per la mafia era una sorta di boomerang. Infatti fece da acceleratore all’adozione di misure repressive che, fino ad allora, stentavano ad essere approvate. Fu sottolineata l’anomalia di un’organizzazione conosciuta come un’organizzazione che voleva ottenere il massimo risultato con il minimo danno. Rimase una sorta di preoccupazione di una ulteriore evoluzione dell’attività reattiva dell’organizzazione contro le istituzioni e contro lo Stato. In riferimento a quella anomalia pensavamo che ci potesse essere una complicità di altre componenti criminali con l’organizzazione Cosa nostra”. Ma non solo. Perché secondo l’ex direttore della Dia “c’erano elementi di preoccupazione diversificati. L’allarme venne lanciato anche per il ritrovamento di armi particolari, tra cui un lanciamissili, armi che venivano anche dall’estero. Si parlava anche di un attentato a un aereo dell’Alitalia”.

Durante la sua deposizione, De Gennaro ha ricordato anche che uno degli imputati, e cioè l’allora capo del Ros Antonio Subranni, “era particolarmente colpito dalle modalità dell’attentato di Capaci. Disse: ‘Ma siamo proprio sicuri che è stata Cosa nostra?’”. Poi, però, dall’agosto del 1993 la Dia imbocca la pista collegata soltanto a Cosa nostra. “A partire dal 10 agosto – ha spiegato De Gennaro – la pista mafiosa, per quanto riguarda gli attentati in Continente, diventa quella più consistente”. Proprio il 10 agosto 1993 è la data in cui la Dia invia all’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino (che nel processo Trattativa è imputato per falsa testimonianza) una relazione riservata di 24 pagine, dove gli analisti dell’intelligence antimafia provano a decriptare quasi in diretta le dinamiche dell’aggressione allo Stato da parte di Cosa Nostra.“La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati. Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”, si legge nel documento declassificato dalla commissione parlamentare Antimafia il 20 luglio del 2011. “È chiaro – avvertivano gli investigatori antimafia nella stessa relazione – che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Articolo 41 bis, potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”. Un tema, quello dell’alleggerimento del carcere duro, che per l’accusa è uno degli oggetti principali del dibattimento.