“Se si interviene sulle pensioni è bene fare un intervento serio: bisogna cercare di fare l’ultima riforma delle pensioni, non uno stillicidio di interventi parziali”. Così il presidente dell’Inps Tito Boeri ha commentato le indiscrezioni sull’intervento promesso dal governo Renzi per offrire maggiore flessibilità sull’età di uscita dal lavoro. Poche ore prima però il ministro del Lavoro Giuliano Poletti aveva ammesso: “Stiamo facendo simulazioni su una serie di soluzioni possibili”. Insomma, a una settimana dal varo della legge di Stabilità l’unico punto fermo è che il “pacchetto pensioni” sarà disegnato in modo tale da non pesare troppo sui conti dello Stato. Ma le ipotesi sul tavolo sono ancora tante e la decisione finale verrà presa dal governo solo lunedì durante il vertice in agenda a Palazzo Chigi tra Matteo Renzi, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e i tecnici del Tesoro. La risoluzione di maggioranza approvata giovedì dall’aula del Senato impegna il governo a inserire nella manovra misure ad hoc per “introdurre elementi di flessibilità per quanto attiene l’età di accesso al pensionamento, anche attraverso l’introduzione di meccanismi di incentivazione e disincentivazione, che assicurino il riconoscimento di trattamenti pensionistici adeguati e non eccessivamente penalizzanti, in particolare nei casi di disoccupazione involontaria”. Abbastanza generico da lasciare l’esecutivo libero di decidere come intervenire. Tenendo però conto del fatto che occorre anche salvaguardare gli ultimi 50mila esodati e i sindacati chiedono che venga prorogata la cosiddetta Opzione donna, la norma che permette alle lavoratrici di andare in pensione a 57 anni di età e 35 di contributi a patto che accettino un assegno calcolato con il metodo contributivo e quindi più basso.
Sull’uscita anticipata pesa il problema delle coperture – Le principali ipotesi allo studio sono tre: uscita anticipata rispetto a quanto previsto dalla legge Fornero con assegno ridotto di conseguenza, prestito pensionistico finanziato dalle aziende, prestito coperto almeno in parte da risorse pubbliche. Ognuna di queste strade presenta però qualche punto debole. L’ipotesi di consentire l’uscita a 63 anni, contro i 66 attuali, con 35 di contributi e riduzioni dell’assegno del 4% per ogni anno di anticipo, impatta troppo sui conti pubblici. Così come quella proposta dal presidente della commissione Lavoro Cesare Damiano e dal deputato Pier Paolo Baretta, che prevede la pensione a 62 anni con un taglio del 2% l’anno. E Padoan ha chiarito che qualsiasi operazione dovrà essere “compatibile con il quadro di finanza pubblica”. In più, va ricordato che la Commissione Ue non vede di buon occhio l’introduzione di nuovi pensionamenti anticipati e solo pochi giorni fa ha ricordato che solo archiviandoli per sempre i Paesi europei potranno offrire trattamenti equi alle future generazioni.
Il prestito aziendale? C’è già. E per la Cgil lo otterranno solo i dipendenti delle grandi imprese – Quanto al prestito previdenziale, le idee in campo sono due. La prima chiama in causa i datori di lavoro: dovrebbe essere l’azienda ad accordarsi con il dipendente per l’uscita anticipata e a pagargli una quota della pensione fino a quando matura i requisiti, oltre a continuare a versargli i contributi. A quel punto il pensionato, tramite l’Inps, inizierebbe a restituire quanto ricevuto. Un esempio: lasciando con due anni di anticipo, una persona che matura una pensione di mille euro al mese e ottiene dall’azienda un prestito da 800 euro mensili si ritroverebbe a fine periodo ad aver un debito di 20.800 euro, che ripagherebbe nei successivi 15 anni vedendosi ridurre l’assegno di 1.400 euro l’anno, poco più di 100 al mese. Per l’impresa, ci sarebbe il vantaggio di aumentare il turn-over e svecchiare la forza lavoro. Vera Lamonica, segretario confederale della Cgil, ha fatto notare che “è uno strumento che in pratica già c’era con la legge Fornero”, che in effetti consente alle aziende con oltre 15 dipendenti di incentivare l’esodo dei lavoratori più anziani pagando loro contributi e pensione. L’idea però è di declinarlo in modo che sia meno oneroso per l’impresa, limitando il valore dell’assegno anticipato o concedendole finanziamenti e garanzie. In ogni caso, secondo la sindacalista, solo “poche grandissime imprese” sarebbero in grado di farsi carico di un onere del genere. C’è poi l’ipotesi di un prestito a carico dello Stato riservato però a chi è disoccupato perché è stato licenziato tra il 2012 e il 2015 e non rientra tra gli esodati. In questo caso a pagare sarebbe l’Inps, che poi chiederebbe indietro la somma percepita con prelievi sull’assegno. Ovviamente questa strada presuppone che siano stanziate risorse ad hoc.
Sullo sfondo il buco dell’Inps e le pensioni sotto il minimo vitale – Sullo sfondo rischiano poi di restare diversi nodi irrisolti. A partire dal profondo rosso dell’istituto nazionale di previdenza, che ha chiuso il bilancio 2014 con un disavanzo di 12,5 miliardi. Dal punto di vista dei pensionati invece, come segnalato dal patronato Inca della Cgil, è urgente affrontare l’emergenza degli “importi di pensione troppo bassi che non raggiungono neppure il minimo vitale“, essendo stata abolita l’integrazione al minimo del trattamento di chi non ha pagato contributi sufficienti per arrivare a percepire almeno 502,39 euro al mese. Inca chiede anche che sia diversificata l’aspettativa di vita, “tenendo in considerazione che le varie tipologie di lavoro non sono tutte uguali” e “necessitano una particolare attenzione i lavori usuranti“, e che siano eliminate “le incongruenze e le disparità tra lavoratori, come ad esempio la possibilità di andare in pensione anticipatamente solo per coloro che maturano importi di pensione più alti”. In più il patronato auspica che sia consentito il riscatto della maternità facoltativa, anche oltre i cinque anni previsti, e che sia unificata la valorizzazione retributiva dei periodi figurativi.