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E’ passata quasi inosservata una norma recentemente introdotta durante l’esame del Ddl Concorrenza, potenzialmente in grado di rivoluzionare il mercato della distribuzione cinematografica e garantire una più ampia offerta al pubblico di film italiani in gran parte prodotti con contributi pubblici.

Si tratta del nuovo articolo 20 del testo trasmesso al Senato frutto dell’approvazione di un emendamento presentato alla Camera da due Deputati del Pd, Gianluca Benamati e Giacomo Antonio Portas, finalizzato ad agevolare l’accesso all’opera filmica da parte degli esercenti e vediamo perché.

Non tutti magari se ne rendono conto, ma da diversi anni, la distribuzione cinematografica è purtroppo ingessata da alcune criticità legate a fenomeni distorsivi della concorrenza causati da vere e proprie posizioni oligopolistiche, di cui godono alcune società che gestiscono la distribuzione e la programmazione dei film a livello territoriale: posizioni che frenano le potenzialità della filiera e il pieno sviluppo del comparto.

Vi sono, infatti, dei casi eclatanti in cui uno stesso soggetto riveste più ruoli all’interno della catena e che risulta proprietario di sala cinematografica, nonché di agente di distribuzione e incaricato per la programmazione di altrui sale.

Tutto questo, come facilmente immaginabile, comporta effetti che falsano la concorrenza nella distribuzione cinematografica perché le poche società, o addirittura i singoli operatori della distribuzione, possono “governare” la distribuzione dei loro stessi film nelle loro sale. Si pensi ad esempio alla Warner Bros che possiede contemporaneamente i multisala Warner Village.

Proviamo a immaginare per un momento quali siano le conseguenze di questa situazione per la distribuzione al pubblico di film italiani che, come noto, sono in gran parte realizzati con i contributi pubblici delle Commissioni Film regionali o del Ministero dei beni e delle attività culturali e della difficoltà di massimizzare la distribuzione al pubblico di queste opere, proprio a causa di quelle distorsioni del settore che, danneggiano, si badi bene, non solo le imprese produttrici, ma soprattutto gli spettatori, quei contribuenti invisibili che hanno “concorso” con i loro soldi alla realizzazione dei film.

E’ incredibile, del resto, la situazione per cui film italiani sostenuti con fondi pubblici non riescano ad emergere sul mercato per via di strozzature lampanti su cui un intervento normativo doveva esserci da anni, come si evince dalla lettura di un’audizione del Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato presso la 7^ Commissione del Senato del 15 maggio 2007 – e parliamo di otto anni fa – dove si dice che la distribuzione cinematografica presentava già all’epoca un grado di concentrazione relativamente elevato, con i primi 5 operatori che nel 2006 avevano inciso per circa il 60% e i primi 8 per circa l’85% degli incassi in sala. Tra questi, tre erano italiani, di cui due collegati ai maggiori gruppi televisivi nazionali, mentre gli altri cinque facevano capo a major statunitensi.

Il mercato della distribuzione cinematografica, inoltre, presentava rilevanti fenomeni di integrazione verticale a valle, con alcune società che possedevano o esercitavano direttamente sale cinematografiche e i prodotti statunitensi costituivano una parte rilevante dei film distribuiti in Italia (ammontanti a circa il 62% degli incassi registrati nelle sale nel solo 2006).

Finalmente qualcosa si muove ora e vediamo cosa dice la norma introdotta nel ddl Concorrenza, fortemente sollecitata, tra le altre cose, dalle associazioni di settore Anac-autori cinematografici, 100autori-Associazione dell’Autorialità Cinetelevisiva e Wgi.

In pratica si prevede che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato – su segnalazione di chi vi abbia interesse o, periodicamente, d’ufficio – adotti i provvedimenti necessari a eliminare o impedire fenomeni distorsivi della concorrenza derivanti dalla sussistenza di una posizione dominante nel mercato della distribuzione cinematografica in capo ad un unico soggetto, anche in una sola delle dodici città capozona della stessa distribuzione cinematografica (Roma, Milano, Torino, Genova, Padova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Catania, Cagliari e Ancona), includendovi anche il caso in cui il soggetto – che può essere anche una agenzia territoriale mono o plurimandataria – detenga indirettamente una posizione dominante nel settore. Il riferimento è, in particolare, ai soggetti che operano contestualmente anche in altri settori, specificatamente individuati in: produzione; programmazione; esercizio; edizione o distribuzione di servizi televisivi, on line o telefonici. Infine, l’Autorità dovrà redigere una relazione annuale sullo stato della concorrenza nel settore della distribuzione cinematografica.

C’è da augurarsi che questa iniziativa, una volta approvata in via definitiva dal Parlamento, possa servire realmente a valorizzare l’identità del cinema italiano e a valorizzare un patrimonio culturale pagato dai contribuenti italiani che solo per questo andrebbe promosso, senza contare che può rappresentare un pilastro per lo sviluppo economico e socio-culturale del Paese e dove la più ampia e corretta distribuzione nei cinema italiani rappresenta un fattore strategico ineludibile.