“Fanno bene a prenderti a schiaffi”. L’ultima minaccia al giornalista Paolo Borrometi è arrivata direttamente dalla viva voce di Anna Maria Brandimarte, la figlia di Michele, boss della ‘ndrangheta, ucciso a Vittoria, in provincia di Ragusa, il 14 dicembre 2014. “Mio padre l’ha fatto lei un boss? L’avete battezzato voi? Con le famiglie mafiose gli accordi li ha fatti lei? State facendo un macello per un morto”, urla al telefono la figlia dello ‘ndranghetista assassinato.

“Perché non si occupa delle cose che riguardano la Sicilia, invece di occuparsi di cose che non la riguardano? Come sta facendo il suo lavoro le posso dire che non ci sta piacendo”, continua la donna, minacciando Borrometi. Colpa di una serie di articoli in cui il giornalista 32enne aveva ricostruito i traffici dei Brandimarte, alleati del potente clan Piromalli-Molè, titolari dello spaccio di stupefacenti nel porto di Gioia Tauro. “Non c’è stata nessuna faida in Calabria, sono fantasie: le verità degli inquirenti non sono affari che la riguardano…”, è una delle tante frasi, che la donna rivolge al cronista siciliano. “Non mi sono fatto intimidire in altri casi, non intendo farlo adesso: anche se non posso negare che la paura c’è”, dice Borrometi, destinatario di un’escalation di minacce senza precedenti, come ha raccontato al fattoquotidiano.it.

La prima la incisero con una chiave sulla fiancata della sua automobile: “stai attento”. “Magari si fossero fermati lì – dice- e invece”. Invece Borrometi comincia a raccontare la provincia di Ragusa sotto una luce diversa: non più la “provincia babba”, terra stupida perché priva di mafia, ma al contrario porto franco per traffici di ogni tipo. Fino a pochi anni fa il comune di Scicli era soltanto la città del commissario Montalbano, poi Borrometi ha iniziato a raccontare sul suo sito (laspia.it) rapporti e affari della giunta comunale. Risultato? Comune sciolto per infiltrazioni mafiosa e sindaco rinviato a giudizio per concorso esterno.

Nel frattempo il cronista finisce nel mirino: lo sorprendono nella sua casa di campagna, lo prendono alle spalle e gli frantumano ossa e legamenti della spalla. Dal nulla è spuntata una mano a tapparmi la bocca, poi hanno iniziato a picchiarmi: a causa di quell’aggressione mi sono dovuto sottoporre ad un intervento al braccio. Da allora ho una menomazione alla spalla del 20 per cento”. Ma le minacce non si fermano. “Sono tornato a vivere dai miei genitori– spiega – è una sera qualcuno ha dato fuoco al portone”. Perfino a Roma, dove viene trasferito per essere protetto meglio, riceve minacce via mail da Giambattista Ventura, boss che aveva appena aperto un’agenzia di pompe funebri. “Ti scippo la testa, anche dentro il commissariato”. E adesso arriva la figlia di Michele Brandimarte, infastidita per gli articoli di Borrometi che ricostruiscono le dinamiche che hanno poi portato all’omicidio del boss della ‘Ndrangheta. “Io però – dice il cronista – non intendo fermarmi: non l’ho fatto prima, figurarsi adesso”.