Salvare i disastrati bilanci regionali con un trucco contabile? Non s’ha da fare. Stavolta, ed è la prima, il Colle ha messo il veto. La presidenza della Repubblica ha bocciato in via preventiva, chiedendo “approfondimenti”, il decreto con cui il governo Renzi voleva tamponare la voragine dei conti di diverse Regioni e salvare in un colpo solo anche quelli nazionali. Su cui inevitabilmente si ripercuote il disavanzo creato dall’uso improprio dei soldi che lo Stato aveva girato agli enti locali per pagare i loro debiti nei confronti dei fornitori. Risultato: il provvedimento, come riporta La Stampa, non è approdato sul tavolo del consiglio dei ministri di martedì, come invece era nelle intenzioni dell’esecutivo. Non solo: anche l’altro decreto varato dal cdm, quello sulla proroga dei termini per aderire al rientro dei capitali, è stato oggetto di obiezioni da parte del Quirinale. Per questo l’approvazione prevista per la settimana scorsa è slittata e l’originario testo “omnibus” è stato modificato restringendone il campo.

Stando a quanto aveva anticipato Il Sole 24 Ore, il decreto del governo sulla finanza locale prevedeva che le regioni iscrivessero in un fondo vincolato, tra le proprie entrate, i quasi 25 miliardi anticipati tra 2013 e 2014 dagli esecutivi Letta e Renzi per pagare le aziende fornitrici e usati invece per finanziare nuove spese. Trucco finito nel mirino della Corte dei Conti, che per questo ha bocciato il rendiconto regionale del Piemonte, attestando che la regione nel 2013 ha avuto un rosso di 5 miliardi e non 360 milioni come indicato dalla giunta Cota. Ebbene, per mascherare quel trucco Palazzo Chigi e ministero dell’Economia volevano consentirne un altro: in ognuno dei 30 anni del rimborso le regioni avrebbero dovuto tornare a segnare la somma non restituita anche tra le entrate, indicando però come spesa effettiva solo la quota da rimborsare in quell’anno.

Una semplice rettifica contabile che, come evidenziato anche dal quotidiano di Confindustria, avrebbe nascosto il problema ma senza risolverlo. E il problema non è piccolo visto che a usare in modo illegittimo le risorse statali non è stato solo il Piemonte: a rischio bocciatura ci sono anche i bilanci di LazioCampania, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Puglia per un buco potenziale che potrebbe arrivare a una ventina di miliardi. Mentre sullo sfondo resta il problema delle aziende che hanno venduto beni e servizi alle regioni e ancora aspettano di essere pagate.

L’escamotage non è piaciuto a Sergio Mattarella, che a dispetto dei suoi ormai proverbiali “silenzi” e della fama di non interventista in questo caso è stato irremovibile. E non per questioni meramente giuridiche, come avvenuto nel caso dei decreti d’urgenza sui precari della scuola e sulla Rai, trasformati in disegni di legge perché l’urgenza non c’era. Il Colle ha sollecitato il governo a coinvolgere per cercare una soluzione anche la Corte dei Conti, la cui sezione piemontese ha sollevato il caso. Il ministro Pier Carlo Padoan, rispondendo dieci giorni fa nell’aula della Camera a un’interrogazione di Scelta civica, aveva spiegato che erano in corso “verifiche sul piano tecnico, congiuntamente alle Regioni, per valutare il potenziale impatto della sentenza, tenuto conto in ogni caso che il decreto 35/13 (sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, ndr) ha comunque preteso, ai fini della concessione della anticipazione” di liquidità per il pagamento dei debiti pregressi degli enti del servizio sanitario nazionale, “la predisposizione di coperture finanziarie trentennali sui bilanci regionali”.