copUn calcio al cuore, nettamente in fuorigioco. Terrore, malattia e morte più delle vituperate intemperanze degli stadi. Ogni pagina un brivido, ogni riga un cazzotto alla bocca dello stomaco. Storie sportive che, di botto, si interrompono sotto i colpi silenti dell’inesorabile ‘Stronza’: tre lettere, lente, acronimo del morbo del mito del baseball americano Lou Gehrig, Sclerosi Laterale Amiotrofica, l’incubo delle insonni notti dei calciatori italiani (solo gli ex?): “Distrugge le cellule nervose dedicate alla stimolazione dei muscoli, facendoli atrofizzare poco a poco, e portando alla morte nel giro di pochi anni”.

Sla, il male oscuro del pallone (Goal Book Edizioni) è l’ultimo tagliente affondo del giornalista di Avvenire Massimiliano Castellani, sensibile, delicata penna per racconti di stelle cadenti in un misto di eleganza calciofila dotta, con uno slancio d’indagine asciutta e diretta stile Truman Capote. Al centro del problema, senza fronzoli, l’amletico dilemma: con la Sla, il calcio c’entra oppure no?La maggior parte delle morti bianche del pallone – scrive Castellani – affondano nel calcio del dilettantismo, ancora più torbido ed esente dai controlli del dorato mondo professionistico. E’ sempre stato così, e fino a quando la tanto sbandierata nuova cultura sportiva non metterà inderogabilmente al vertice della classifica dei valori la salute degli atleti, non avanzeremo di un passo”.

Certo è che in Italia viene condotta dagli inquirenti la prima e sinora unica maxi-inchiesta al mondo (“Pare che sotto il campo di Como siano stati ritrovati reperti radioattivi”, giudice Raffaele Guariniello dixit). Certo è che da noi ci sono 5-6 mila malati di Sla e 30 deceduti nel solo mondo del calcio (i più colpiti, i centrocampisti: perché?), un rischio 24 volte maggiore rispetto alla popolazione generale. E che in Inghilterra (Jeff Astle, ex West Bromwich Albion) c’è persino la prima vittima riconosciuta e risarcita da ‘malattia professionale’: le ipotesi di cause, variabili e multifattorialità del morbo pallonaro sono tante (stress ossidativo e postumi per traumi da gioco, doping, erbicidi-pesticidi sul campo le più accreditate, con l’erba killer maggior indiziata!), così come il quadro d’insieme tratteggiato nel libro da Castellani risulta a dir poco disarmante.

Al netto dell’outing mediaticamente d’impatto del tandem Signorini-Borgonovo, resta lo strazio di troppe vite sommerse – tutte dignitosamente rappresentate dall’Autore del volume – completamente abbandonate alle loro residue forze, al dolore delle rispettive famiglie, costrette a fronteggiare ingenti spese mediche (2.000 euro circa al mese, cure h24), quando nel Paese dei misteri la Figc sbrigativamente archivia un’inchiesta interna che avrebbe meritato quantomeno esiti più chiari, e il Ministero della Salute continua a porre il veto governativo sui trapianti di cellule staminali.

Foto finale di gruppo, macabra. Al posto delle figurine di ieri, oggi croci e bare al camposanto. Troppe. “Il calcio deve uscire dalle farmacie”, il mantra di Zeman dal 1998. Siamo a fine 2015. Annessi gesti apotropaici, bisognerà capire cosa succederà in futuro alle recenti generazioni di footballer, nei tempi supplementari. Perché la ‘Stronza’ Sla cammina sì come un bradipo, lentamente, colpendo però come un coccodrillo, in modo mortale. Avanza piano per ferire in agguato, sotto traccia, nella melma dell’indifferenza generale, a fari spenti e stadi vuoti. E chi si ritrova invischiato nella rete, resta in solitudine a rivangare chissà quali colpe commesse o inconsapevolmente subite. Altro che goal. “La vita è come il calcio, non sai come andrà a finire”, ripeteva Krzystof Damian Nowak, calciatore polacco, morto di Sla come Signorini, Borgonovo e altri 28 ex calciatori nostrani. Non una questione di numeri. Ma di uomini e donne.